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domenica 16 agosto 2015

Leggendo negli occhi di una bimba



La mia mattina inizia come al solito: la sveglia suona alle 5,45.  La casa è silenziosa. Tutti dormono.   Scendo le scale per incontrare, come ogni mattina, il raggio di sole che illumina la sala.  Salgo il soppalco, accendo il Mac, e attendo che carichi il sistema. 

  Mi sveglio presto. Mi piace svegliarmi presto: mi fa sentire vivo, pronto ad un'altra giornata. Mi piace il silenzio della casa, per un'ora al giorno. 
  
  Fa parte della mia vita, della mia chiamata, e del mio lavoro svegliarmi presto. Lo faccio per incontrare in preghiera il mio Creatore, per avere un colloquio con lui all'inizio della mia giornata, per chiedere consigli su come affrontarla.   

  Ma fa parte della mia vita, della mia chiamata e del mio lavoro anche sapere cosa accade nel mondo. E i primi dieci minuti di quell'ora che ho davanti, prima che il silenzio della casa sia riempito dagli occhi assonnati (e belli) di mia moglie e, molto più in là, dalle voci ormai profonde e da uomini dei miei due figli, sono dedicati a sapere cosa è successo nella notte.   

  In questo mondo non siamo isole, ognuno è connesso agli altri tramite sottili fili invisibili, che hanno il potere di mutare la vita di ciascuno di noi anche a migliaia di chilometri di distanza a seconda dell'intreccio che assumono. 
  
  Apro la solita pagina dove trovo le news, scorro tra le notizie dell'afa, della crisi greca, e del governo... fino a quando, in un riquadro in basso, appare un'immagine che mi trafigge. 

  Non l'immagine mi trafigge, ma due occhi: gli occhi di una bimba siriana, profuga su un'isola sperduta nell'azzurro del Mediterraneo. 
  
  Non sono gli occhi statici di una foto, ma sono gli occhi vivi, che narrano una storia, che posso sentire con lo orecchie del mio cuore. 

  “Ciao, mi chiamo Samir, la mia casa era in Siria... ma ora non c'è più. Eravamo in tanti sulla barca che ci portava, ma il mio papà mi ha tenuto sempre stretta per non perdermi. Lo vedi? E' al mio fianco. E' forte, ma ha pianto tanto negli ultimi tempi.   
  Siamo fuggiti perché nel mio paese non ci vogliono più. Vedi la fede che ha sul dito? Il mio papà è sposato in chiesa con mia mamma; anche lei è al mio fianco... Ma ora la chiesa è stata distrutta, come la nostra casa... Io non ho più dove andare... non ho più nulla, tranne il mio maglioncino con il polipo rosa.  Me lo ha regalato mia nonna. Lei non è venuta, era troppo vecchia per camminare nel deserto sino al mare. 
  Un signore generoso mi ha dato anche un giubetto gonfiabile che sta bene con i colori del mio maglioncino. Io non so nuotare, e altri bambini sono caduti in acqua... e io  non li ho visti più. Era buio e freddo nel mare. La mamma mi teneva tra le braccia, e mio papà teneva lei. Non potevamo parlare, ma così sapevamo che eravamo assieme, anche se non ci vedevamo. 
  Papà dice che devo aspettate, che dobbiamo aspettare per essere accettati... ma io sono così stanca, e ho fame, e vorrei dormire di nuovo in un letto.  'Perché dobbiamo aspettare?' ho chiesto a mamma: 'Perché siamo tanti, Samir, e la gente di qua  crede che saremo un problema per loro.' 
  Tu non lo pensi, signore, vero?  Tu che mi guardi nella foto, non pensi che sono un problema, ma che sono solo una bambina spaventata, che ha voglia di dormire in un letto, e di mangiare qualcosa di buono, vero? Che ho solo voglia  tornare a giocare, di avere di nuovo una casa e tanti amici. Tu mi aiuterai, vero signore? Signore, non disprezzare i mie occhi, e lo sguardo senza speranza che li riempie adesso...” 

  Quegli occhi, vivi occhi, hanno trapassato la mia anima, perforandola, lasciando un senso di necessità di agire, di lottare per lei e per coloro che hanno abbandonato il tutto dei luoghi nativi per il niente di un incerto futuro, ma che dia una prospettiva di pace e di bene; che hanno abbandonato il niente che sa di morte di luoghi e gente che li scaccia per il tutto che sa di vita e di una speranza futura. 

  Lo so bene, in questo mondo non siamo isole, ma  ogni vita è connessa alla vita degli altri tramite sottili fili invisibili, capaci di mutare il destino di ciascuno di noi anche a migliaia di chilometri di distanza a seconda del loro dipanarsi e intrecciarsi.   

  Come credente so che posso fare molto: devo. Come sale della terra e luce del mondo sono chiamato a fare la differenza. E che tutto inizia con la preghiera.  Ma che prosegue,  partendo dall'impegno che mi chiedono quegli occhi di non disprezzarli, di non vederli come un problema, ma di suscitare una coscienza che cerchi la soluzione al loro problema; di lottare contro la tendenza del mondo a pensare per se stessi, disprezzando quegli occhi e le storie che vi stanno dietro. 

  Non posso mutare la politica dei paesi dove filtrano coloro che, come te, cercano un futuro Samir, ma il mio cuore si, quello lo posso mutare; e cuori mutati, fili invisibili che ci connettono gli uni agli altri, possono mutare i paesi, i governi, le politiche.
  Si, te lo prometto, Samir: qualsiasi cosa dovesse accadere, io non disprezzerò mai quei tuoi occhi. Te lo devo: come persona in nome della solidarietà umana, ma soprattutto come credente in nome dell'amore di Cristo.

  “Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare? O assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai eri straniero e ti abbiamo aiutato? O eri nudo e ti abbiamo dato degli abiti? E quando mai ti abbiamo visto ammalato o in prigione e siamo venuti a trovarti?"  "Ed il Re risponderà loro: "Quando lo avete fatto anche per l'ultimo di questi miei fratelli, lo avete fatto per me!" (Matteo 25:37-40) 

Marco

(PS: la storia di Samir, pur non essendo reale - il nome può essere sia maschile che femminile -, raccoglie in se varie storie di profughi che ho le letto sul sito di Porte Aperte)

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