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martedì 7 agosto 2018

Unire i punti per vedere la vera immagine

Una delle cose che ogni pastore deve affrontare ed imparare a gestire nella sua vita di servizio è lo “scoraggiamento”.

Essere pastore non è un semplice “titolo” (per alcuni, e sbagliano, lo è);  ma significa “fare.

Significa passare gran parte della tua vita a studiare strategie, scrivere messaggi, provvedere alle necessità del gregge che Dio ti ha affidato, progettare nuove attività, incoraggiare e soccorrere...

Alcuni cercano di fare tutto da soli e, prima o poi, esauriscono le energie (ci sono passato anche io, non vi preoccupate!). Altri, i più saggi tra noi,  hanno capito di non poter arrivare dappertutto; così demandano ad altri gran parte del lavoro, incoraggiando così la crescita di altri leader in chiesa.

Ma in qualsiasi caso, arriva una stagione della tua vita di “pastore” dove ti guardi indietro e cominci a “pesare” l'impegno con i tuoi occhi umani. Normalmente capita quando c'è una crisi, o uno stallo nel ministero globale di una chiesa; e si cominciano ad affollare nella tua mente riflessioni che vanno dal “bicchiere mezzo vuoto” a quello “completamente vuoto”.

Cominci a calcolare gli anni spesi nel ministero, e li paragoni ai “frutti”... che spesso gli occhi si limitano a cercare nella “consistenza numerica”.

Se sei pastore, e  ti è capitato di attraversare momenti del genere, beh, sappi che sei in buona compagnia... almeno siamo in due!

Nei miei ventisei anni di servizio complessivo al Signore, e nelle varie fasi e ruoli della mia vita di servitore, ho sempre dovuto lottare contro lo scoraggiamento e, negli anni, ho cercato varie strategie per gestirlo: dai libri scritti da credenti più maturi di me, al consiglio di altri pastori, all'incoraggiamento di credenti fuori e dentro la chiesa.

Ma il sostegno migliore in ognuna di queste fasi, lunghe o brevi che fossero,  è sempre arrivato da un episodio specifico che il Signore ha permesso affinché io smettessi di guardare la chiesa con il mio occhio umano e tornassi a guardarla con gli occhi di Gesù.

L'ultimo caso è accaduto pochi giorni fa, attraverso un concerto di musica “secolare” della corale della cittadina dove ha sede la chiesa.

Già, perché in quella corale amatoriale sono coinvolti da qualche tempo due membri della nostra chiesa.

La prima è Jean, una donna inglese che ha deciso di spostarsi da una comunità di qualche migliaio di persone a Nottingham dove era segretaria del pastore, per venire a “lavorare gratis” in una di venti, offrendo gli “Alpha Courses” in lingua inglese ai migranti di un centro di accoglienza con il quale collaboriamo da qualche tempo.

L'altro è Jeffery, fuggito dal suo paese, la Nigeria, a motivo di una sorta di faida tra gruppi che aveva decimato la sua famiglia, quasi affogato nel naufragio della zattera su cui erano stipati e la cui memoria  ritorna sovente nei suoi peggiori sogni.

Jean ha cominciato a frequentare il coro per divertimento, ma anche per “stabilire ponti” con la comunità dove ormai vive, ed ha invitato Jeffery a partecipare anche lui (in chiesa siamo troppo pochi per formare una vera corale... , ma, chissà, in futuro ci si potrà lavorare su). E in breve Jeffery è diventato la “mascotte”, è stato apprezzato per quello che è,  ha condiviso la sua storia, ha parlato della sua chiesa. Ha stabilito ponti tra lui (e non solo lui) ed una comunità all'inizio “scettica” per via del colore della sua pelle.

Sei lì, in una calda serata d'agosto, per ascoltare un po' di buona musica, vedere amici e parenti coinvolti nel coro e per sostenere due membri della tua chiesa: nessun “secondo fine” nella tua testa.

Ma poi, quando capisci che il direttore del coro ha deciso di affidare a Jeffery l'unico ruolo solita della serata, e quando la gente chiede  il bis, ed è di nuovo Jeffery ad esibirsi... allora cominci a “unire i punti” e a intravedere la sagoma di quello che Dio vuole dipingere attraverso la chiesa che ti ha concesso di guidare; e, una volta a casa, riguardi i “punti che hai unito, vedi la forma... e capisci!

Se non ci fosse stata la chiesa a Montefiascone, i migranti non sarebbero arrivati in chiesa, Jean non si sarebbe trasferita, non ci sarebbero stati Alpha Courses,  Jean non avrebbe invitato Jeffery al coro, le persone non avrebbero conosciuto la sua storia, la popolazione di Montefiascone non avrebbe conosciuto il ministero della chiesa verso i migranti, … Ma, soprattutto, Dio non sarebbe stato glorificato per tutto ciò.

E allora ti si aprono di nuovo gli occhi dello Spirito, e per un po' chiudi quelli umani ed il tuo modo di guardare l' impegno nella chiesa locale: il fine ultimo, non è la mia soddisfazione, il mio occhio che vuole vedere la crescita numerica, ma la gloria di Dio.

Sei lì, in quella chiesa che non è la tua, ma di Gesù, non per la tua personale soddisfazione, ma per mostrare la Gloria di Dio al mondo. L'opera non è la tua, e i punti da unire non li hai messi tu. A te spetta solo di accettarli, di unirli... e di guardare poi lo stupendo dipinto che il RE dei re ha creato attraverso di essi.

Unire i punti, per vedere la grande immagine:  quello è il carburante per continuare, nonostante il tuo occhio umano. Quello è il tuo premio. Quello è il motivo di tutto.

“Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non può essere nascosta...Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli.” (Matteo 5:14, 16)


Marco
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Qui sotto trovate il link all'articolo apparso sulla stampa locale che racconta in breve la storia di Jeffery, e  il video della sua performance.


Link all'articolo




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