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giovedì 4 settembre 2014

Il vino migliore viene nelle stagioni estreme.

Quest'anno sarà una brutta annata per il vino. Se mi conoscete, sapete che mi piace bere un buon bicchiere, senza esagerare.

Sono nato in una città famosa a livello internazionale per il  vino; Gesù beveva vino, o quanto meno lo offriva da bere ai suoi amici; Paolo suggeriva a Timoteo come medicina di bere ogni tanto un po' di vino, "che l'acqua sola infracica i ponti”, come si dice dalle mie parti.

Ma quest'anno non sarà da ricordare tra i migliori; intendete, il prodotto sarà abbondantissimo, come non si è mai visto da anni, ma la qualità, già si sa ancor prima di raccogliere, sarà pessima.

C'è stato un inverno troppo mite, e poi una primavera troppo piovosa, e poi un'estate con poco sole, dove neppure in una giornata ci sono state quelle temperature che ti levano il fiato e ti fanno venir voglia di tuffarti in un lago gelato. E, si sa, il vino migliore viene nelle stagioni estreme.

Ne avremo tanto, ma il sapore sarà pessimo... o meglio, il mosto sarà pessimo. Per il sapore, beh, al giorno d'oggi, come dice un mio amico produttore affermato, “il vino si fa ANCHE con l'uva, ma viene peggio”; bisognerà correggere la gradazione e portarla più in alto, togliere il retrogusto amarognolo, aggiungere il bouquet... Tutto con prodotti “legali” s'intende, tutto con gli estratti e i concentrati  dei vini buoni delle passate stagioni. Alla fine il sapore sarà accettabile, ma il costo per il produttore sarà alto, che lo venderà al medesimo prezzo di sempre, guadagnando di meno.

Viviamo in un paese permeato dalla cultura della vite, e non è a caso che abbiamo chiamato la nostra comunità la “Chiesa della Vera Vite” e l'associazione senza scopo di lucro ad essa collegata “I Tralci”, prendendo a spunto Giovanni 15: “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. ... Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me, e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla.” (Giovanni 15:1a, 5). Gesù conosceva la “dinamica” di un vigneto, ed è per questo che ha fatto questa similitudine.

Per poter produrre frutto, noi tralci, dobbiamo essere attaccati solidamente a Lui, “dimorare” in Lui; ma che fragranza avrà il vino che produrremo, beh, quello dipende in gran parte dalla stagione.

Ci saranno stagioni, come questa che volge al termine a Montefiascone, dove il clima non sarà mai estremo; né troppo freddo, né troppo caldo, con tanta pioggia; stagioni dove la chiesa “vegeta”, senza mai essere messa alla prova da condizioni estreme, pericoli, persecuzioni; dove pure l'acqua della Parola sarà abbondante, ma  produrrà solo quantità di opere da un sapore tutt'altro che superbo, obbligando il vignaiuolo ad “aggiungere” del suo, impiegando tempo, spendendo risorse per correggere un prodotto non utile; e il Suo guadagno sarà minimo.

Ma per avere annate superbe, per produrre un qualcosa di irripetibilmente buono, avremo come chiesa bisogno delle stagioni “estreme”; quelle stagioni dove il freddo è così pungente da mettere a repentaglio la vita dei tralci, che farà intervenire il vignaiuolo per proteggerci, dove l'acqua è quel tanto che serve a farci sopravvivere in volume e consistenza ed il caldo delle situazioni di vita rassomiglia più all'inferno che all'estate, obbligando la vite Gesù a pompare in noi linfa vitale per sostenerci.

Più di una volta è stato detto che l'esplosione della chiesa primitiva fu merito della persecuzione a Gerusalemme, trasformando una comunità che viveva ”godendo il favore di tutto il popolo” (Atti 2:47) in una comunità dove chi aveva potere “devastava la chiesa, entrando di casa in casa; e, trascinando via uomini e donne, li metteva in prigione.” (Atti 8:3)

Pensate che quello che succede in Siria, in Iraq, in Pakistan, in Corea, in Nigeria, in mille altri angoli remoti della terra, pensate che la persecuzione che vediamo così enfaticamente proposta dai media  sia la fine della storia per quelle chiese, e presagio della distruzione totale del cristianesimo in futuro?

Gesù a detto : “(Io) costruirò la mia chiesa; e tutte le potenze dell'inferno non potranno vincerla.” (Matteo 16:18 PV).

Il vignaiuolo saprà trarre il Suo miglior vino dalle stagioni estreme che quei popoli stanno vivendo, forse trapiantando e mettendo a dimora altri vigneti laddove non erano mai stati.

Non voglio fare della mia opinione un dogma, e sono pronto ad essere smentito, ma a mio avviso, in Italia, non cresciamo come chiese perché, da decenni, viviamo una stagione “tiepida”:  né troppo calda né troppo fredda.

Dove né gli inverni, il gelo del rigetto da parte della gente,  né le estati, il fuoco della persecuzione,  sono mai accentuate; dove non c'è mai qualcosa di cui veramente preoccuparsi, per  cui chiedere aiuto al vigniaiuolo con  un telo di copertura dal gelo  o  una “irrorata” di acqua fresca a stemperare la calura.

E, in una situazione tale, molti di noi pastori, chiamati ad essere il "bue che trebbia", si sono "addormentati", dimenticando che c'è una vigna che va accudita, concimata; che ci sono tralci che vanno motivati a produrre anche se non c'è lo stimolo delle condizioni estreme.

I pastori, gli anziani, i responsabili di chiesa, qualsiasi sia il nome di coloro che Dio a chiamato a condurre una comunità a seconda della denominazione dove sono posti, sono coloro che debbono fare la differenza nel bouquet quando le stagioni sono "tiepide", quando la chiesa "vegeta".

Sono sinceramente un po' stufo di aprire le pagine dei forum o dei “social media” e leggere i proclami di miei colleghi pastori che imputano alla “persecuzione strisciante” verso le chiese evangeliche il motivo della scarsa crescita.

In Italia le chiese stanno vivendo da troppo la loro stagione “temperata”, e basta un grado in su o in giù nel loro termometro che si grida subito alla “persecuzione”.

Qua, continuo a dirlo ad ogni mia predica, siamo in una nazione dove possiamo liberamente riunirci, liberamente adorare, liberamente associarci. E se incontriamo difficoltà nell'avere una autorizzazione dal comune per un affitto o per una occupazione di suolo pubblico, se veniamo bollati con il termine di "strana setta" dalla maggioranza degli abitanti della nostra città, la vogliamo veramente chiamare”persecuzione”?

Piangersi addosso è una maniera molto semplice per evitare di impegnarci nel lavoro a cui Cristo ci ha chiamati come pastori, di curare i tralci, di stimolare al linfa a correre nel tronco. Produciamo frutto, si, ma la qualità di ciò che produciamo obbliga il vignaiolo a “correggere”, “stemperare”, “ additivare” per farne un qualcosa che sia possibile usare.

Produrremmo un frutto migliore, se ci fossero inverni rigidi e estati torride sopra le nostre comunità.

Non è che mi sta augurando la persecuzione, ma so che è ora, come chiese e come pastori, di smetterla di usare alibi. Il pastore è là, per ricordare ai tralci che anche senza il gelo o il sole cocente, si può, si deve portare frutto.

C'è un lavoro da fare: Dio ci ha scelti come pastori.

Se c'è stata la chiamata a servire come "bue che trebbia", c'è un campo da arare, una vigna da accudire.

C'è da farlo; senza alibi o scuse.  Punto.


Marco
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