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sabato 17 febbraio 2018

Volare via da qua o restare per testimoniare Cristo

 Certo che a vederli così, stampati su una busta ufficiale, fanno un certo effetto. Sto parlando dei nomi dei miei due figli.

Da oggi Benjamin e Matteo sono ufficialmente “Mister B. Delle Monache” e “Mister M. Delle Monache”.

Le buste sono quelle di due passaporti: non i passaporti italiani , il Paese dove sono nati, il Paese dove il loro padre (io) è nato, dove hanno vissuto, dove il loro padre (io) ha sognato di dargli un futuro, una prospettiva, perché potessero continuare a vivere in questo meraviglioso “Paese” pieno di storia, di bellezze naturali, di buon cibo; quelli italiani li hanno già da tempo. All'interno ci sono due passaporti britannici, la nazione dove è nata la loro madre, e su cui sta scritto che, da oggi, hanno “british citizenship”, cittadinanza britannica, sudditi di sua Maestà la Regina Elisabetta II.

  Sono leggeri, ma pesavano più di mille chili ciascuno nel momento che li stavo portando a casa. Già, perché quei due passaporti rappresentano il fallimento della mia generazione. 

  Fummo giovani, nati a metà degli anni sessanta. Il 68 ce lo ricordiamo appena, ma ci ricordiamo gli anni di piombo, il terrore di accendere la TV e scoprire che le BR ne avevano steso un'altro: poliziotti, carabinieri, magistrati, giornalisti, politici. Il terrore sottile di aspettare tuo padre politico che va a Roma per le riunioni e il non sapere se lo rivedrai, se sarà lui ad allungare la striscia di sangue al TG.

  Ci ricordiamo il caso Moro, e la sconfitta del terrorismo, proprio quando ci affacciavamo sulla vita sociale del Paese, e andavamo a far parte di quella schiera di giovani pieni di sogni per il futuro, utopisti quel tanto che bastava da dire “andiamo a far risorgere questa nazione dopo il buio della Repubblica”. 

  Con  quella sana utopia di giovani abbiamo studiato, ci siamo laureati, abbiamo ricoperto cariche istituzionali importanti. Oppure abbiamo aperto le nostre attività, abbiamo dotato il nostro Paese di nuovi servizi, abbiamo cercato nuove vie nel commercio, nell'industria o dell'agricoltura.

  Il Marco diciottenne assieme a milioni di suoi omologhi ed omologhe si sono messi in gioco per consegnare ai propri figli un passaporto per una nazione bella non solo nei paesaggi o nelle antichità, ma anche bella da vivere, pronta ad essere amata, per la quale si fanno follie d'amore... non certo per consegnargli un passaporto per fuggire da essa. Un passaporto ed una cittadinanza che apra ai propri figli un futuro, lontano dall'Italia, che non sia solo quello di sforzarsi una vita nel tentativo di arretrare solo un poco rispetto a ciò che ha avuto il proprio padre.

  Ieri a casa abbiamo festeggiato, ma sapevo che stavo festeggiando il fallimento di una generazione, la mia, che ha prodotto una pletora di politici corrotti o corruttibili, di gente classista, di uomini e donne intolleranti e razziste, di tangentisti. Se è vero come è vero che abbiamo trovato questa realtà consolidata, dopo la sconfitta del terrorismo e la caduta della prima Repubblica spettava a noi, oramai ultracinquantenni, di cambiare le regole, di virare la barra a dritta, di sterzare. E invece ci siamo accomodati nei “salotti buoni”, fatto patti con i corrotti, chiesto favori ai potenti, ammannito la droga del “noi in Italia siamo fatti così” alle generazioni dopo di noi.

  E mentre festeggiavo la cittadinanza britannica dei miei due figli, riflettevo che invece avrei dovuto festeggiare un altro documento arrivato da poco nella mia famiglia: la tessera elettorale del mio primogenito Matteo. Avrei dovuto festeggiare il fatto che, dal 4 marzo, sarà capace di esprimere come la pensa e, nel suo piccolo, di prendere in mano il suo futuro, e quello della sua nazione (perché, intendiamoci, italiano era e italiano resta).

  “Perché devo andare a votare, papà, se tutto resta uguale nel tempo?”.  Sono questo tipo di domande che fanno rinascere in me l'utopia di poter cambiare questo Paese, anche fosse per la più minuta pietra dell'ultima strada della mia città. “Io resto, Matteo. Tu puoi andare... ma io resto”.

  Resto non tanto perché  sono ormai vecchio, o perché ho affari consolidati, ma perché non voglio darla vinta a chi ha sconfitto i miei sogni. Resto perché so che la mia nazione è piena di persone che meritano di più, persone stupende, cortesi, intelligenti, ironiche. Resto perché proverò fino a che posso di cambiarla attraverso il mio lavoro, attraverso il mio impegno sociale, attraverso la mia testimonianza di credente e il mio parlare di Cristo agli altri.

 Ecco perché resto.  Resto soprattutto perché, come credente, Dio  mi ha chiesto di arricchire QUESTA nazione, di cooperare al bene di QUESTO Paese, di portare frutto in QUESTO posto. Gesù in Matteo 5 dice:

"Voi siete il sale della terra; ma, se il sale diventa insipido, con che lo si salerà? Non è più buono a nulla se non a essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non può essere nascosta,  e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli." (Matteo 5:13-16)

  So che sto consegnando ai miei figli un futuro pieno di speranze in quei due passaporti per volare via. Ma voglio, ancora oggi voglio, utopisticamente voglio continuare a credere che possa cambiare. Che la mia nazione possa tornare a consegnare ai nostri giovani un passaporto per il futuro, che anche dalla cabina elettorale si possa sovvertire uno stato di fatto che si perpetua da cinquant'anni, affinché ci sia futuro, prospettiva, utopia.

Affinché non ci siano più padri che consegnino passaporti ai propri figli italiani per volare via da qua.

  E tutto ciò passa anche dalla mia testimonianza di Cristo in questa nazione. Sono io il sale, sono io la luce, sono io il mezzo con cui Cristo risveglia e trasforma un Paese.


Marco

mercoledì 2 agosto 2017

L'acqua e lo straniero

(Una breve riflessione circa la morte di Morientes, un giovane “migrante” rifugiato politico della Costa d'Avorio annegato lunedì 31 luglio nel lago di Bolsena)

L'acqua


L'acqua è l'elemento principe della vita sulla terra. Il nostro corpo è composto per il 99% d'acqua, secondo gli ultimi studi. L'acqua è un bene prezioso. Nel paese da dove Morientes proveniva, è sovente un bene anche più prezioso che qui da noi. Non arriva nelle case con i tubi, non c'è sugli scaffali dei supermercati. La si va a prendere, se c'è, quando c'è, in un pozzo che può distare da casa anche molte ore di cammino. La si prende così come è: limpida o torbida, fresca o calda, profumata o maleodorante. L'acqua è anche un percorso, una via verso la libertà: libertà da una guerra, da una schiavitù, da una dittatura, da una vita che non promette nulla tranne il cercare di sopravvivere un giorno ancora. Morientes aveva percorso il deserto, e poi aveva attraversato le onde del Mediterraneo per giungere a quello che lui vedeva come una “terra promessa”, un nuovo inizio, una rinascita, un futuro. Nella cultura cristiana, l'acqua è il simbolo della rigenerazione, della nuova nascita; nella chiesa che conduco battezziamo gli adulti che hanno creduto in Cristo “per immersione”, e l'acqua simboleggia il passaggio da una vecchia vita alla nuova vita, il “lavare via” il peccato, il riemergere dall'acqua mutato e purificato per sempre. Ma l'acqua è anche una barriera; una barriera fisica, da attraversare, pericolosa e infida, dove puoi terminare per sempre la tua vita. Morientes quella barriera la conosceva, come tutti coloro a cui abbiamo dato il nome collettivo di “migranti”. Ed è anche una barriera mentale; in inglese c'è una parola specifica, “overseas”, che individua quel “che sta al di là del mare”. Qualcosa lontano, straniero.
Lo straniero
Morientes aveva attraversato quella barriera fisica, ma per molti di noi non quella mentale; era ancora “l'overseas”, il lontano, lo straniero, il “migrante”. Ma poi, quell'acqua che Morientes aveva bramato e trasportato come fonte di vita nel suo paese natale, quell'acqua che aveva attraversato per giungere ad una nuova vita, quell'acqua che stava dandogli refrigerio e svago in una torrida giornata di fine luglio, diventa la sua ultima acqua. E stride l' aver attraversato nelle lacrime un mare su una zattera e il morire a pochi passi dalla riva di un lago dove stai ridendo con chi ti vuole bene. E allora scopri che quel “migrante” venuto da molto lontano, era null'altro che un uomo come te, con le sue piccole gioie e i suoi limiti umani; che è come te, che soffre, ride, e muore come te. Scopri che, tra te e lui, non c'è differenza alcuna, se non nella barriera di un nome collettivo con cui la tua società lo separa dal tutto. 

Proprio in quelle stesse acque che hanno dato la morte al migrante, qualche giorno prima, avevo assieme alla chiesa, dato una "vita nuova" a tre migranti al pari di Morientes, giovani che erano suoi amici. Quando ho saputo della tragedia, inconsciamente, in un attimo, nella mia testa è attraversato un pensiero: "Speriamo non sia uno di loro.". Mai pensiero fu più sbagliato.

Come credente, difatti, non sono qui per aiutare SOLO chi ha accettato Cristo, a fare cordoglio SOLO per chi fa parte della mia stessa fede. la Parola, difatti, mi chiama a tutt'altro. Quale sarà allora il mio modo di onorare questa vita, oltre al fare cordoglio? Come posso trarre il bene dal male assoluto della sua giovane vita che non c'è più? Cosa mi può e mi deve insegnare? Nel libro di Levitico 19:33-34 sta scritto: “Quando qualche straniero abiterà con voi nel vostro paese, non gli farete torto.Tratterete lo straniero, che abita fra voi, come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso; poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto. Ognuno di noi è in se uno “straniero”; la terra che posseggo non è mia, e non la porterò assieme a me. La salvezza che proclamo chiamandomi cristiano deve spingermi ad essere responsabile e consapevole che sono chiamato ad amare lo straniero, non solo a sopportarlo come un qualcosa di accidentale ed inevitabile. In Numeri 15:16 sta scritto: Ci sarà una stessa legge e uno stesso diritto per voi e per lo straniero che soggiorna da voi”. Gli “stranieri” di cui parla la Bibbia erano provenienti da popoli che avevano altri usi, altri costumi, altri cibi, altri dei. Ora come allora, sono chiamato a vedere lo “straniero” non come un “male necessario”, ma una parte della mia vita, e della mia missione di testimonianza. 

L'acqua è fonte di vita, di movimento e di divisione, ma io sono chiamato ad essere un'acqua differente per chi mi sta a fianco, anche se straniero, overseas, migrante. “Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno.” (Giovanni 7:38) 
Marco PS: riporto qua sotto l'articolo 5 del Patto di Losanna del 1974, un documento firmato dalle maggiori confessioni cristiane nel mondo che sintetizza magistralmente quello che, come credenti, siamo chiamati a fare nel mondo.
--- 5. La responsabilità sociale dei cristiani "Sosteniamo che Dio è sia il Creatore sia il Giudice di tutti. Dobbiamo dunque condividere la sua preoccupazione per la giustizia, per la riconciliazione sociale e per la liberazione degli uomini e delle donne da ogni forma di oppressione. Poiché gli uomini e le donne sono fatti a immagine di Dio si ha che ogni persona, indipendentemente dalla razza, dalla religione, dal colore della pelle, dalla cultura, dalla classe sociale, dal sesso o dall’età, possiede un’intrinseca dignità in ragione della quale deve essere rispettata e servita e non sfruttata. Nell’affermare queste verità vogliamo anche esprimere il nostro pentimento sia per le nostre mancanze sia perché a volte abbiamo considerato l’evangelizzazione e la responsabilità sociale come due cose che si escludono a vicenda. Sebbene la riconciliazione tra persone non si identifichi con la riconciliazione con Dio, né l’azione sociale equivalga all’evangelizzazione o la liberazione politica alla salvezza, sosteniamo tuttavia che l’evangelizzazione e la nostra responsabilità socio-politica siano entrambe parte del nostro impegno cristiano. Entrambe sono espressioni necessarie delle nostre dottrine di Dio e dell’umanità, del nostro amore per il prossimo e della nostra ubbidienza a Gesù Cristo. Il messaggio di salvezza implica anche un messaggio di giudizio su ogni forma di alienazione, di oppressione e di discriminazione e noi non dovremmo temere di denunciare il male e l’ingiustizia ovunque si manifestino. Quando qualcuno riceve Cristo egli nasce di nuovo nell’ambito del suo regno e in questa nuova condizione deve cercare non solo di manifestare, ma anche di diffondere, nel contesto di un mondo malvagio, la giustizia di questo regno. La salvezza che proclamiamo dovrebbe trasformare noi stessi in tutte le nostre responsabilità personali e sociali. La fede senza le opere è morta." (Atti 17:26, 31; Genesi 18:25; Isaia 1:17; Salmo 45:7; Genesi 1:26, 27; Giacomo 3:9; Levitico 19:18; Luca 6:27, 35; Giacomo 2:14-26; Giovanni 3:3, 5; Matteo 5:20; 6:33; 2 Corinzi 3:18; Giacomo 2:20.)

venerdì 23 giugno 2017

Con le mani danzare per dare voce al silenzio: l'ultima canzone di "Interpreti"

Immaginati di essere immerso in un mondo silenzioso, dove nulla penetra oltre la barriera fisica delle tue orecchie, dove i gesti sono il tuo unico modo di interagire, percepire, comunicare con l'esterno.

Immagina di non poter comunicare ciò che provi con le parole alla persona che ami, di potergli rivelare chi realmente sei dentro, nè di ascoltare le parole di chi ti ama, tuo padre, il tuo migliore amico, e di non poter neppure interpetare il mondo attorno a te attraverso i suoni di una realtà che cambia.

Simone Giannicola, cantautore cristiano (che abbiamo la benedizione di avere come uno dei nostri membri di chiesa), è partito dall'assunto del mondo silenzioso di una persona sorda per costruire un brano che lega la sua musica alla attività di sua moglie Morgana Vassallo (anche lei parte attiva e membro della nostra chiesa), interprete LIS (Lingua Italiana dei Segni), quella lingua speciale attraverso cui milioni di sordi comunicano con il mondo. Ed ha anche affidato alla voce di Morgana di costruire in musica le ipotetiche riflessioni di colei che non può comunicare con chi ama se non attraverso i segni.

E i segni non diventano solo parole, ma si trasformano in una danza, che vorrebbe unire due mondi apparentemente in contrasto, quello dei suoni e quello del silenzio.

Anche se la canzone non cita versetti, né contiene nomi della nostra fede, a mio avviso questa di Simone è forse la più bella canzone cristiana che abbia mai scritto, che ci spinge come credenti ad andare oltre alla nostra ipotetica compassione verso le persone che non sentono, ma di penetrare il loro mondo e di cercare a nostra volta di penetrarlo, così come  Cristo chiede di arrivare in ogni parte del mondo "sino alle estremità della terra" a ciascuno di noi.

E la canzone bene si lega al "Progetto LIS", portato avanti dalla nostra chiesa a favore dei sordi proprio grazie all'interpretariato di Morgana e del quale abbiamo già ampiamente parlato in passato sul nostro notiziario di chiesa (potrete trovare qui, qui, e qui gli articoli relativi al progetto).

Qua sotto troverete il video che Samuele "Bagana" Giannicola ha prodotto per "Interpreti", ovvero Simone e Morgana.

Marco


Canzone: "Con le mani danzare" di Interpreti

martedì 23 maggio 2017

Il paradiso, può attendere


  Le cinque e cinquanta. Ti svegli, come ogni mattina, prepari per il caffè e per i  toast che farai tra circa un'ora per i tuoi figli e tua moglie. Sali le scale del soppalco e siedi alla tua scrivania per leggere un po', meditare un po', prepararti in preghiera per un altro giorno di lavoro “in paradiso” (così come cantava Phil Collins tanti anni addietro). Prima di sedere dai una rapida scorsa al tuo smartphone con le news... e ti accorgi che è accaduto... ancora.

  Apri la pagina delle news sul tuo computer, e vieni accolto da immagini che ti colpiscono come un cazzotto in piena faccia dato da Mike Tyson. A Manchester, in un concerto di Ariana Grande, qualcuno o qualcosa, una bomba ha fatto strage di quelli che il cronista si ostina a chiamare “ragazzini”.

  A diciassette, diciotto, diciannove anni non sei più “ragazzino”: sei un giovane uomo o una giovane donna che si affaccia sulla vita vera, che ha tutta la voglia e il diritto di vivere, crescere, e lasciare una traccia in quel “paradiso”, magari di cambiarlo; in meglio.

  Mentre scorri l'articolo, non puoi impedire alla tua mente di correre verso i tuoi figli di sedici e diciotto anni che stanno dormendo nel loro letto, a soli pochi centimetri, oltre la parete che divide la tua scrivania dalla loro stanza.

  “Avrebbero potuto essere loro”  pensi. Tutti i sogni, tutte le aspettative, tutte le incerte certezze della loro vita futura strappate via, così, da un po' di polvere pirica e qualche chiodo.

  Ma poi, perché? C'è una singola ragione che giustifichi tutto questo orrore? Ah, si, una c'è: l'editto di chissà quale esagitato leader che, anni addietro, disse :”Porteremo l'orrore delle vie di Bagdad nelle vie delle vostre città, in Occidente.”

  E' questo il fine? Far provare il medesimo dolore che provano i padri e le madri di Bagdad, di Kirchuk, (o in quale altra maniera si scriva), di Mosul, di qualsiasi altro posto dove infuri una guerra, santa o meno santa, di farlo vivere anche a noi, che siamo la "causa di tutto"del folle autoproclamato leader o profeta di turno?

  Il dolore non si cancella con il dolore, il sangue non lava il sangue, ma raddoppia la chiazza, la morte non restituisce la vita... tutte frasi logiche, che cerchi di pensare... ma mentre lo fai capisci che le pensi tu, di fronte al tuo PC, nel “paradiso” che detieni come occidentale... E che non riuscirai mai a far arrivare a chi ha confezionato la bomba, ha chi l'ha collocata tra migliaia di suoi coetanei (probabilmente), a chi ha tirato il cordino, facendosi magari esplodere e diventando lui morte per altri.

  E ti corre la mente alle frasi di Cristo in Matteo 5:44-45: 

“Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.”

  E ti ricordi che non stai in “paradiso”, come cantava il buon Phil, solamente perché hai cibo, una casa, una apparente normalità di vita. Ma che stai nel mondo, violento, ingiusto, dove tu non controlli nulla... se non la tua voglia di rialzarti, e di non maledire... altrimenti faresti il loro gioco.

  Ma di benedire: perché così fai il gioco di Colui che lo controlla da sempre quel gioco, che lo ha creato perfetto e lo ha visto divenire imperfetto a causa della nostra altezzosa superbia di uomini.

  Il paradiso, quello vero, può attendere: noi siamo del mondo, nel mondo.

Marco
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