venerdì 10 luglio 2020

Sfiorare la vita con ali di farfalla. Il mio personale ricordo di Mario Lozzi

Mario Lozzi, o più semplicemente "don Mario" per la gran parte dei montefiasconesi, è stato, oltre che parroco, storiografo, poeta, saggista, drammaturgo dialettale, studioso degli etruschi; una figura, come si suol dire, "a tutto tondo" della città di Montefiascone. Lasciato l'abito, si era trasferito da anni a Velletri assieme alla sua sposa. La sua scomparsa lascia un vuoto nella storia della nostra cittadina. A lui voglio dedicare il mio personale ricordo, e la mia gratitudine per quello che ha significato sia per me che per molti della mia età.
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Se raccontassi di essere stato un tuo grande amico, o di conoscerti a fondo, sarei un bugiardo. La mia frequentazione con te è stata di appena dieci mesi, quanti ce ne sono in un anno scolastico. Ma esistono persone “speciali” che trasformano la vita di altri solamente sfiorandola con ali di farfalla, e la fanno librare più in alto. Questo è il tuo caso, Mario... anzi, don Mario.

Ti ho incontrato sui banchi di scuola, io studente in profonda crisi di fede, e tu insegnante di religione. Un insegnante “scomodo”, non di quelli a cui ero abituato, che ti fanno un po' divertire e un po' ti leggono il catechismo, ma che sfidano te e i tuoi quattordici anni a metterti in gioco, a capire se davvero tu credi in qualcosa, oppure lo fai solo perché mamma e papà ti hanno portato in chiesa qualche domenica della tua breve vita.

Un insegnante che ti dice: “Nun comprà 'l libro de' testo, quello adè pe' chi nun vole sapè: leggete que 'nvece si tu vòe capì 'ndo sèe cor Signore...”, porgendoti un piccolo libro scritto in caratteri minuti e dalle pagine sottilissime... come ali di farfalla.

La mia prima Bibbia è arrivata così nelle mie mani: “Loède, Marcolì, si tu nun sae da 'ndò vène, nun sàe manco 'ndò vae. Legge, ma nu' lo legge solo coll'occhie, ma puramente col core, sinnò nun ce capisce gnente.”

Invece di essere un balsamo che leniva i miei dubbi, sei stato un acido che scopriva e metteva a nudo il mio io più profondo, togliendo strati di sedimenti culturali, spingendomi a leggere, studiare, meditare, a mettere in discussione le mie certezze accumulate negli anni, ma anche le mie nuove esperienze, a filtrarle attraverso il setaccio di una fede che non è mai statica ma che, come chi setaccia la farina prima di un impasto, la gira, la scuote, per far filtrare le parti più minute, lasciando sulla retìna quelle più grossolane, quelle che non vuoi finiscano nel tuo pane quotidiano, oppure quelle che stavi cercando e non trovavi più, disperse nella farina dell'anima.

Dopo quell'anno ti ho perso di vista; ho saputo che eri stato assegnato ad un paesino qua attorno, e che poi avevi scelto di posare la tua tonaca, e che ti eri sposato. Ho letto i tuoi libri, ho visto i video che talvolta comparivano qua e là sul web, e non ho mai dubitato che tu stessi continuando a setacciare la tua anima, alla ricerca delle parti più fini, o di quelle grossolane da mostrare e raccontare agli altri perché ne fossero consapevoli e potessero identificarcisi.

Se le ali di quella farfalla contenute in quel libro che mi donasti mi hanno portato dove sono adesso,  a fare ciò che faccio adesso, il merito è anche di quell'insegnante anomalo che hai saputo essere, e che ha sfiorato appena la mia giovinezza.

Grazie "don Mario", per essere stato te stesso, ed avermelo mostrato, affinché potessi  crescere cercando di avere il tuo medesimo approccio alla vita, come alla fede.  Prima o poi ci incontreremo di nuovo... e sarà bello riprendere quei discorsi fatti su un banco di scuola.

“Voi mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il vostro cuore; io mi lascerò trovare da voi...” Geremia 29:13-14


Marco
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sabato 14 dicembre 2019

Un presepe anomalo e reale in tempo di Avvento | 14 Dicembre 2019 |

Roma, inverno del 1982. Io sono là, per studiare. Le lezioni sono quasi finite, e io me la prendo comoda, e vado a zonzo tra le vie del lusso, per respirare un po' di festa: via Condotti, via del Corso, piazza di Spagna...

Non sono molto allegro; non mi capita spesso di esserlo da quando sono a Roma... troppo grande, troppo caotica... troppo, per uno di “paesetto” come me”. Intorno mi scorrono visi e voci di gente che si appresta a festeggiare... cosa? Forse neppure io lo so … a quel tempo la mia fede non era poi così solida. Scorro le vetrine ingombre di cose che non comprerò mai... sino a quando... la vedo! O forse è lei che vede me.

Due pupille nere, isole nel bianco di occhi affogati nel nero ancor più intenso di un viso africano. Lei guarda me... ed io lei, mentre allatta il suo bimbo, seduta fianco le macerie di una capanna arsa... Lei, loro, unici superstiti del villaggio, sterminato.

Mi guarda, dalla copertina di non so che rotocalco, appeso nella vetrina meno importante dell'edicola al Corso. Tra tutte le strenne, quella sera compero lei, o meglio, la sua voglia di parlarmi. Salgo sul 36, come sempre stracolmo di gente... ma è come se fossimo soli... Io, lei, quel bimbo, i suoi occhi...

Ricordo non dormii quella notte, stravolto da quello sguardo, dinanzi al quale mi sentivo inerme, schiacciato. Presi carta e penna e, come sempre, scrissi. Una poesia... ma poi perché? Cosa cambiava per lei e per il suo bimbo? Cosa cambiava per me? Ma l’unica cosa che potevo fare era scrivere... e pregare con la mia fede malferma d’allora.

Sono passati trentasette anni da quando scrissi quella poesia, di getto, tergendomi gli occhi mentre gli occhi di una donna africana, testimone del massacro del suo villaggio, mi trafiggevano l’anima, guardandomi dalle pagine di una rivista. In quel presepe anomalo e doloroso, lei era la sola protagonista assieme al figlio, e la sola superstite, assieme al figlio, di un massacro basato sull’odio tribale e sull’odio religioso.

Era come se lei mi vedesse, mentre io ero avvolto dalle luci festose del Natale di lì a venire: e io mi sentivo nudo nella mia opulenta ricchezza, nella mia attesa dell’Avvento, nelle mie compere natalizie per una gioia ostentata, raramente sentita nel profondo...

Mi sentivo inerme... L’unica cosa che potevo fare per lei, era dedicargli una poesia che non avrebbe mai letto... e che non le avrebbe riempito lo stomaco. Scrivere, e sperare che il mondo divenisse migliore.

Trentasette anni dopo, purtroppo, trovo lo stesso imbarazzo a festeggiare, sapendo che il mondo non è cambiato, che di quegli sguardi che penetrano e lacerano l’anima, di quei presepi anomali e dolorosi ce ne sono a miliardi nel mondo... E, ora come allora, torno a dedicargli parole e pensieri...

Ma anche se so che il mondo è lo stesso (forse un po’ più buio), io non voglio essere lo stesso di trentasette anni fa; per questo le dedico oltre alle mie preghiere, anche la mia testimonianza perché altri conoscano ciò che per l’opulento occidente è assolutamente trasparente, mai avvenuto, al massimo “effetto collaterale” o “lotta tribale”.

Lo faccio, ora come allora, durante l’Avvento, per ricordare a chi crede che Colui che festeggiamo, è venuto per quel presepe anomalo, non per il mio, non per i nostri; povero tra i poveri per riscattarli. Non per regalarci il benessere delle vetrine addobbate, ma per renderci testimoni attivi del Suo messaggio.

Amare non è un sentimento.

Amare è un’azione... e non solo a Natale.
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Mater Suavis


Roma, Via Gran Sasso - 9 dicembre 1982 h. 4,30 della notte

I

Protesa stancamente a un abbraccio
lebbroso, o mentre doni
le mammelle riarse al bimbo piangente
io ti vedo,
mater suavis,
e scruto le tue antiche e affaticate
pupille cercare nel tramonto
una speranza per quell’essere
stretto al tuo seno.
E vedo l’angoscia del giorno
riempire il tuo viso,
la speranza cadere dalle tue
vesti lacere;
e carezzare dolcemente
la tua creatura non sazia.
Madre soave, non avranno domani
più latte le tue grinzose mammelle,
né più sogni da donare
al querelante bimbo,
quand’egli chiederà (ingenuo)
il perché della vita.

II

Mille soli hanno rapito
la speranza alla mente,
né le fiabe conoscono più
le tue labbra bavose.
Hai visto figli scannati
come capre, immolati all’altare
del mondo e dell’odio,
il fumo dei villaggi arsi,
l’assenza non voluta, e per sempre,
di chi ti rese feconda.
Le tue stridenti e fragili ossa
hanno sopportato la verga del tempo,
e la frusta del duro lavoro,
e l’acido delle privazioni,
madre soave
che culli nella notte il bimbo
stringendolo al ventre,
mentre in veglia dolorosa
attendi senza gioia
che nasca un altro sole.

III

Eppure domani troverai nuovi miti
sottili e dolci,
pie bugie per illudere
il figlio prediletto,
nuove fiabe per rendere
meno aspro il giorno
e la notte ricca di mostri
e d’anime veglianti
al suo riposo.

IV

Mater suavis,
sia tu benedetta
quale immenso miracolo.
Non esistono lodi
per premiare
questo tuo santo ufficio.
L’unica ch’io conosca
è quella di stringermi idealmente a te
e di chiamarti MADRE!


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Marco

PS: se volete saperne di più di quello che realmente succede nel mondo, vi suggerisco di visitare il sito di Porte Aperte.

PPS: la foto (usata con permesso dell'autore) è tratta dal sito Witnessimage.
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sabato 6 aprile 2019

Pomeriggio Cinque... ovvero “non so chi sono e in chi credo” | 6 Aprile 2019 |

E ci siamo di nuovo. Qualche giorno fa, per l'ennesima volta, un programma di largo ascolto delle reti Mediaset ha mandato in onda una "intervista" ad un pastore di una chiesa evangelica di Massa Carrara e a sua moglie.

Il motivo dell'intervista era contestare dei fatti "gravissimi" perpetrati dalla coppia; tipo, aver accettato un'auto in dono da una credente della chiesa, aver pregato sulla pancia di una ragazza incita perché il figlio nascesse senza malformazioni, e così via, di amenità in amenità!

Il teatrino era stato poi condito con la denuncia "anonima" di chi aveva scritto alla conduttrice Barbara D'Urso fatta a mo di intervista "in controluce" per non rivelare l'identità che denunciava, salvo apparire evidente che chi si faceva intervistare era un'attrice.

Il tutto condito (come nella migliore tradizione Mediaset) da musiche horror, sottopancia con scritte tipo "sedicente santone... organizzerebbe "messe". Addirittura l'inviata raccontava che (SCANDALO!) il "santone" osava organizzare dei battesimi in mare!

C'è una sottile strategia alla base di tutti gli attacchi mediatici da parte di Mediaset contro le chiese evangeliche in Italia? Negli ultimi quattro mesi, sia Le Iene, sia Striscia la Notizia, e ora anche Pomeriggio Cinque, hanno "confezionato" dei servizi nella maniera più aggressiva e tendenziosa possibile contro gli evangelici. Diceva Agatha Christie: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova».

Siamo davvero così pericolosi??? Probabilmente... anzi sicuramente LO SIAMO, perché non vogliamo piegarci al "politicamente corretto", ovvero dire quello che gli altri si aspettano che noi diciamo circa il sesso, la famiglia, l'accoglienza, la fede.

Cosa dovremmo fare? Tacere? Indignarci? Denunciare? Vi propongo, attraverso la lettera che ho inviato a Barbara D'Urso, una terza opzione: pregare per lei e per quelli come lei: "Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano." (Matteo 5:44)

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 Cara  Barbara D'Urso,   

  mi ha molto colpito il servizio che hai mandato in onda su Pomeriggio 5 qualche giorno fa circa il “pastore e la pastora” di Massa Carrara che circonverrebbero le persone facendosi regalare auto lussuose. 

  Anche io, al pari di quell'uomo che è stato accusato di utilizzare Dio per i propri bassi interessi personali, sono un “pastore”, ovvero faccio parte di quella minutissima schiera di gente che passa la vita a servire quel minutissimo 1% di persone in Italia che credono in Cristo ma non sono cattoliche come te.  

  Facendone parte, posso ammettere che, spesso, ci facciamo “male da soli”, credendo di vivere in una nazione dove ognuno viene rispettato per chi è e non per il gruppo etnico, sociale o religioso di cui fa parte; è cosi solo se sei parte di un gruppo etnico, sociale o religioso che “va di moda”. Bisogna essere “gender fluid”,  “politically correct” e quant’altra parola inglese  definisca una cosa che va bene per questo momento storico per ottenere quel rispetto. I tuoi programmi ne sono pieni Barbara e, intendi, fai bene il tuo mestiere, perché è quello che richiede l'audience. 

  Crediamo che saremo in grado di spiegare il perché spesso lasciamo tutto (lavoro, ricchezza, vita agiata) per seguire le persone che vengono da noi in cerca delle risposte che non trovano nel mondo; così come ha fatto Paolo, il pastore che hai avuto in trasmissione, la cui colpa è quella di aver accettato (forse ingenuamente) di ricevere un’auto che gli veniva offerta (perché non ne aveva una).

  Ed essendo abituati a rispettare gli altri, non urliamo sulle parole di chi ci accusa, non ci “wannamarchizziamo”, non urliamo nel microfono per non far ascoltare nulla di quello che dice l'altro, ma attendiamo il nostro turno, sopportiamo pure le “faccine strane” e gli occhi strabuzzati quando, ad esempio, la nostra intervistatrice ci chiama  “il pastore e la pastora” (la foto del post ne è un’esempio).

   Attendiamo, sicuri che ci daranno la possibilità di spiegare e di spiegarci. E sbagliamo. 

   Non sono tanto  le accuse verso il pastore Paolo a colpirmi,  ma la tua affermazioni circa il “parlare con Dio”, dove tu in sostanza dici  di non  avere familiarità con Gesù... seppure sei andata a Medjugorje in cerca di spiritualità. 

  Mi spiace davvero per te perché,  vedi , per avere familiarità con Gesù, bisogna pregare: stare con Lui, guardarlo, ascoltare la sua Parola, cercare di praticarla, parlare con Lui... una preghiera che si fa anche di strada.   

  Forse stai pensando, Barbara, che anche io sono  un “invasato” al pari del mio “collega” di Massa. Eppure dovresti conoscere quello che dico! 

  Dovresti. Essendo cattolica sarebbe un tuo obbligo: in quanto, la frase che hai letto sopra, quella scritta in corsivo, non sono stato io a pronunciarla, ma colui che, in un articolo di qualche tempo fa,  hai detto sogni di intervistare: sono, appunto, le parole del tuo Papa. 

  Vedi Barbara, tu sei cattolica, vai in pellegrinaggio a  Medjugorje, ma fai il tifo per la coppia omosex (che il Papa disapprova). Non parli con Gesù (parole tue, eh!) ma il Papa ti dice dovresti. Non preghi costantemente (sempre parole tu, eh!) ma il Papa dice che dovresti farlo anche in strada. 

  Cara Barbara, posso dirti che, come pastore,  ti voglio bene; così come lo voglio a quelle persone che arrivano nella mia chiesa disperate perché non sanno chi sono realmente, non sanno a chi o a cosa credere. Tu credi di aver capito, ma in realtà... chi segui, realmente?   

  Il pastore che hai distrutto in TV, sua moglie, io... noi sappiamo in chi credere e chi seguire...   

  E tu? 

  Prego che quel Gesù,  che persino il tuo Papa ti chiede di ascoltare, ti parli... e che tu lo possa sentire! 

Marco Delle Monache

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sabato 19 gennaio 2019

Quello che il Tapiro non dice... | 19 Gennaio 2019 |

Come corollario alla mia lettera inviata a Luca Abete circa il servizio sulla "setta" dei guaritori (che potrete leggere QUI), propongo  il video completo dell'incontro di Alessandro Maggi con Luca Abete di Striscia la Notizia, postato sul suo profilo Facebook di Alessandro, a beneficio soprattutto di chi non è un "affezionato" di questa piattaforma social.

Alessandro, tra l'altro, mi ha inviato in privato anche un altro video dove Abete, dopo aver ricevuto la preghiera per il suo (vero o supposto) mal di schiena, afferma che effettivamente la sua schiena va un po' meglio... salvo poi, a telecamere accese, dire che il dolore era rimasto. Non lo pubblico, ovviamente, per rispetto ad Alessandro: sarà caso mai lui a decidere se e quando pubblicarlo.

Se avrete la pazienza di vedere tutto il video, potrete realizzare come Abete non avesse alcuna voglia di capire ciò che Alessandro stesse facendo, e come più volte tenti di fagli dire che la preghiera può sostituire la medicina (parla più volte di "tumore" per fargli dire che la chemio non si deve fare, senza riuscirci), o di fargli ammettere che siano le sue mani a guarire. 

Alessandro, lodevolmente, ha mantenuto la calma e non è mai caduto nei tranelli di Abete, dando sempre merito a Gesù delle guarigioni, sottolineando che la vera guarigione non è quella del fisico (che puo' o non può accadere), ma quella dell'anima.

La chiosa del servizio (che non è andata in onda, cambiata  in fase di montaggio con altra per la puntata di Striscia), fa capire quali fossero i veri intenti di Abete: infatti, termina così:

"Noi rimaniamo un po' scettici, ma nel frattempo vi terremo aggiornati e magari torneremo a parlare ancora una volta di questa SETTA. Per il momento è tutto, da Striscia la Notizia, Luca Abete."

Chiaro, no?

Buon divertimento.




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Due pesi e due misure: lettera aperta a Luca Abete | 19 Gennaio 2019 |

Qualche giorno fa Striscia la Notizia ha mandato in onda due servizi, a firma Luca Abete, dove veniva "preso di petto" una persona, facente parte di un movimento evangelico denominato "Ministero Itinerante di Discepolato". Il "difetto", secondo Abete, di questa persona, è quello di organizzare visite presso abitazioni e pregare per la guarigione fisica delle persone.

Come di consueto, Striscia si è introdotto in una di queste sedute ed ha filmato di nascosto Alessandro Masi, una delle persone facenti parte di questo gruppo, mentre da la sua testimonianza di come sia stato chiamato dal Signore a pregare per le persone e sulle persone per la guarigione. Alessandro ha indicato la sua carta di credito e l'IBAN per le donazioni.

Da qui a dipingere questa persona come un "ciarlatano", e il suo movimento come una "setta", è stato tutt'uno.

Personalmente non conosco né questo movimento ne la persona che è stata "colta in fallo" da Abete, e pertanto non posso esprimere giudizi in merito alla validità o meno di ciò che viene mostrato nel servizio.

Ma ciò che mi ha stupito e stizzito, era la maniera con cui  Abete ha trattato un credente che stava facendo quello che Gesù ha chiesto di fare a ciascuno dei suoi discepoli: "Poi, chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire qualunque malattia e qualunque infermità." (Matteo 10:1)

In sostanza, Alessandro non avrebbe dovuto fare quello che faceva secondo Abete, che si è spinto anche a criticare il fatto che queste cose avvenivano anche dinanzi  a bambini (ma sssi! Cancelliamo la riga dove Gesù dice "Lasciate che i bambini vengano a me" dalle nostre bibbie, và!).

Il servizio mi è apparso così stonato, così tendenzioso, così costruito per screditare non solo Alessandro, ma con se tutto quel cristianesimo che non si rivolge alle statue per ottenere guarigione ma a Cristo, che, come ho già fatto altre volte, con l'Espresso, con le Iene, mi sono sentito di pubblicare sulla pagina di Abete questa nota.

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"Caro Luca Abete, inizio questa mia lettera aperta col dirti che  apprezzo molto il tuo impegno sociale e il coraggio che metti nell'affrontare spesso situazioni pericolose per la tua stessa vita e nello smascherare coloro che si approfittano degli altri per puro vantaggio economico, ma...


 Ma permettimi di dirti che, i tuoi servizi di #StrisciaLaNotizia di qualche giorno fa circa il “sedicente guaritore” attraverso la sola preghiera, mi hanno stupito più di altri... e non in senso positivo.

 Mi presento: mi chiamo Marco e sono un pastore evangelico battista; e quel titolo “evangelico” mi accumuna, in qualche modo, con la persona che tu dici di aver smascherato come profittatore e truffatore; perché entrambi siamo cristiani, e perché entrambi non siamo cattolici.

 Non so se hai confezionato il servizio attraverso tue ricerche oppure se qualcuno te lo abbia segnalato:  supponi ora di ricevere domani una segnalazione di questo tipo:

Volevo segnalarti un altro caso eclatante di raggiro, dove si promettono guarigioni a fronte di preghiere e di elargizioni. E purtroppo ci sono migliaia di persone che sono divenute adepti di questo tizio.

Di solito gli adepti si riuniscono a Napoli un posto vicino ai Quattro Palazzi, là dove c'è il cantiere della metropolitana; sulla destra, venendo da Corso Umberto, c'è via Duomo.  Più o meno all'altezza del civico 144 troverai un grande slargo, ed un palazzo con tre grandi porte;  entra e tieniti sulla destra. Troverai un ambiente circolare, con al fondo una statua  E' lì che si incontrano: il posto lo riconoscerai senza problemi; sulla parete in fondo c'è una statua nera di un tipo con una veste lunga ed uno strano cappello, e sulla sinistra addirittura l'immagine in oro, argento e pietre preziose che rappresenta il “guru” di questa setta. Pensa che, per incentivare la credenza popolare,  in una cassaforte hanno anche messo due ampolle con una sostanza che, se la agiti, diventa liquida!
 
E questo tipo (non lui, che ormai è morto, ma i suoi compari), va dicendo che, se preghi a lui, lui ti guarisce! Questa è una delle preghiere che gli adepti ti danno per evocare il suo spirito e provocare la guarigione: senti un po' qua: 


  • “O martire invitto e mio potente avvocato san Gennaro, io umile vostro servo mi prostro innanzi a voi, e ringrazio la Santissima Trinità della gloria che vi ha elargita nel Cielo, e della potenza che vi comunica sulla terra a pro di quelli che a Voi ricorrono. Mi compiaccio soprattutto per quel miracolo strepitoso che dopo tanti secoli si rinnova nel vostro sangue, già versato per amore di Gesù, e per tale singolare privilegio vi prego si soccorrermi in ogni mia bisogna e specialmente nelle tribolazioni che adesso mi straziano il cuore. Così sia." (1)
C'è una saletta dietro questo posto dove addirittura fanno sfoggio di molte cose che le persone circonvenute dal tipo e dalla setta gli hanno offerto negli anni; e parliamo di gioielli, oro, diamanti... per non parlare delle elargizioni in danaro donate nelle mani dei suoi compari!

E pensa che la setta è così ben radicata sul territorio, che addirittura sono arrivati ad infiltrarsi nelle istituzioni e a far mettere una riga sulle dichiarazioni dei redditi di tutti gli italiani che, se mai dovessero per sbaglio metterci una firma, poi gli prelevano dei soldi!

E c'è di più! Sono così potenti da aver messo dei loro seguaci all'interno di ogni scuola così che, ogni settimana, i bambini vengono indottrinati con le loro assurde tesi che se se tu preghi poi c'è qualcuno che interviene a tuo favore!”

  (1)  tratto dalla Liturgia propria della Diocesi di Napoli”

Cosa faresti? Ci passeresti sopra? E su quali basi? Sulla base del fatto che il “tizio” si chiama San Gennaro, fa parte della potente chiesa cattolica, è parte della tradizione... o cosa altro? Oppure te la sentiresti di “andare contro”? Di analizzare nei cinque minuti del servizio ciò che realmente accade?

E poi, è più credibile una persona che dice di guarire pregando in nome di Cristo, oppure pregare dinanzi alla statua di San Gennaro attendendo il miracolo? E’ più credibile andare nelle case a pregare assieme alle famiglie, oppure agitare una ampolla dinanzi alle folle aspettando che la polvere diventi liquido? E’ più dignitoso (e fa meno setta) chiedere un sostegno per pagare la benzina dell’auto  in un video, o ricevere le donazioni alla statua del santo?

 Vedi Luca, non ce l'ho con te: sei un bravissimo cronista, coraggioso, altruista. Ma, come accade ormai da molto tempo in tv (specialmente a Mediaset)  con la smania di rincorrere lo scoop a tutti i costi,  si cade nell'errore di voler raccontare un mondo (quello dei cristiani che non sono cattolici) che è tutt'altra cosa da quella che dipingi. E anche, di fare due pesi e due misure per le medesime cose che stai pesando e guardando.

Sappi che, come pastore evangelico battista, pur credendo nei miracoli, anche io non apprezzo particolarmente la “spettacolarizzazione” che alcune denominazioni evangeliche ne fanno … e ad alcune non credo proprio (vedi Benny Hinn, ad esempio). Ma quello che tu hai fatto vedere in TV l'altra sera è quello che il cristianesimo va dicendo da circa duemila anni: “I ciechi recuperano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono purificati, i sordi odono, i morti resuscitano, il vangelo è annunciato hai poveri.” (Giovanni 7:22b).
 
 A meno che tu non abbia altro (e come dite voi a Striscia “se qualcuno deve dire qualcosa, noi siamo qua) quello che fa la persona che hai “colto” mentre prega per la guarigione, e lo fa gratis (nel video che Mediaset ha sapientemente tagliato non si chiedono soldi per le guarigioni, lo sai),  la chiesa cattolica lo fa da più di un millennio, e su essa ha costruito templi su templi, strutture su strutture: Fatima, Lourdes, San Giovanni Rotondo, Medjugorje...

 Se lo scandalo c'è, dunque (ignoro se  tu sia in qualche modo credente), allora l'uomo che prega per strada cercando di guarire il tuo mal di schiena (ah, non credo che i miracoli possano avvenire a comando dinanzi ad una telecamera su qualcuno che non ci crede) è in buona compagnia da qualche millennio. E, per onestà, per fare un unico peso ed un’unica misura, bisognerebbe portare in TV anche chi dice che pregando a una statua si guarisce.

Certo, lo so, è più facile sbattere in prima pagina un anonimo predicatore appartenente a “quella setta PERICOLOSA degli evangelici”, piuttosto che Crescenzio Sepe, Arcivescovo di Napoli, mentre gira le ampolle del sangue di San Gennaro, eh! E, si sa, è molto facile sparare contro quell'esiguo 1% di evangelici in Italia, piuttosto che contro il Vaticano.

Anche questa volta, così come è accaduto in passato con vari servizi delle Iene, la mia lettera a te, Luca, è aperta, perché una minima parte di coloro che hanno visto il tuo servizio possa cercare di “andare oltre”, cercare di capire, riflettere, non ghettizzare...

Continuerò a seguirti Luca, quando indaghi sul malaffare, su chi si approfitta realmente della credulità popolare, su chi vessa il prossimo... ma permettimi di dire che, almeno stavolta, l'obiettivo è completamente sbagliato, se non di parte.

 I miei ossequi.
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Ovviamente, come accade ogni volta, la nota è stata letta, ma non c'è stata alcuna replica.

Sappiamo che, come veri credenti, saremo messi sotto la lente, e saremo attaccati per ciò che facciamo e diciamo.

Dovremmo fermarci? La risposta sta nelle parole di Paolo:

  "Voi, fratelli, non lasciatevi scoraggiare nel fare il bene." (2 Tessalonicesi 3:13)
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giovedì 20 dicembre 2018

Celebrare Natale “nella zona giusta” del mondo | 20 Dicembre 2018 |

Questa che sto scrivendo dovrebbe, come consuetudine pastorale, essere la mia nota natalizia che ormai pubblico ogni anno in questo periodo che ci avvicina al ricordo di una nascita miracolosa.

E' una nota che, normalmente, si concentra sulle cose, “positive” del Natale, sui miei ricordi di bambino, sulla gioia.

Perdonatemi, ma quest'anno sarà un po' differente. Perdonatemi se non porterà gioia, o se la porterà solo in parte.

Quante volte dirai, da qui al 25 Dicembre, la frase “Buon Natale”? Ed in che modo la dirai?

Celebrerai davvero il ricordo sobrio della nascita del Cristo, oppure celebrerai l'opulenza della festa occidentale? Celebrerai colui che è venuto a cambiare la tua vita attraverso l'adozione nella famiglia di Dio, se hai accettato quel dono disceso dall'alto a Natale (poco importa che il 25 dicembre non sia la vera data), oppure celebrerai coloro che trarranno beneficio economico dalla vendita di tutto ciò che compererai per festeggiare “in modo adeguato” la stagione? Lo celebrerai nel santuario del tuo cuore devoto, o nelle “shopping mall” del centro commerciale?

Vorrei che tu riflettessi, ogni volta che dirai “Buon Natale”, che dovresti aggiungere anche “... a te che vivi nella zona giusta del mondo”. Perché? Semplicemente perché, che tu sia credente o meno, nella zona del mondo dove sei nato, dove sei nata,  puoi festeggiarlo senza dover rischiare la tua vita per farlo. Senza farlo di nascosto. Senza temere che la tua casa venga arsa assieme a chi ci vive dentro. Senza essere picchiato. Senza vedere i tuoi figli uccisi.

Festeggia pure, ma ricordati che lo fai perché non sei parte di 215 milioni di persone nel mondo perseguitate a motivo della loro fede in Cristo. Perché nessuno dei tuoi familiari fa parte delle oltre 3.000 persone uccise in un anno pur di non rinnegare la propria fede. Perché la chiesa dove forse entrerai solo a Natale non rischia di essere demolita assieme ad altre 15.000. Tutto questo perché hai avuto la fortuna di nascere “nella zona giusta” per poterti proclamare cristiano.

Magari sei tra quelli che si indigna solo perché una maestra (a torto o a ragione) sostituisce “Gesù” con “laggiù”  in una recita di Natale alle elementari, ma non sai che in Cina in questo momento stanno abbattendo chiesa su chiesa per impedire che le persone lo festeggino, che in Bulgaria  ogni pastore cristiano dovrà ottenere il permesso dallo Stato per celebrarlo, che in Turchia i missionari vengono messi in carcere, che persino Amnesty International ha  derubricato la strage di cristiani in Nigeria come “lotta tribale per la terra”.

O forse lo sai... ma tu sei nato, tu sei nata “nella zona giusta”, e puoi far finta che queste cose non riguardino te.

 Forse molti dei volti che incontrerai durante questo Natale e che noi chiamiamo con il nome collettivo di “migranti” stanno fuggendo proprio perché cercano una “zona giusta del mondo” dove gli sia permesso di celebrarlo.

Se pensi che il Natale sia pace, ricorda che colui che è nato ha detto anche “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra... I nemici dell'uomo saranno quelli di casa sua!” (Matteo 10:34a, 36). Se pensi che il Natale sia sicurezza, ricorda che colui che celebri ha anche detto: “ S'avvicina il momento in cui quelli che vi uccideranno crederanno di offrire un servizio a Dio.” (Giovanni 16:2)

 In che modo festeggerai Natale, tu che sei nato, tu che sei nata “nella zona giusta del mondo”? Il dono del Natale per te si concretizza anche nella capacità di celebrarlo; festeggialo, ma non solo a Natale. Parlane, ma non solo a Natale. Agisci con misericordia , pace bontà verso tutti... ma non solo a Natale.

 Fai della tua vita un continuo Natale, tu che ha la fortuna di essere nato, di essere nata “nella zona giusta” per essere libero, per essere libera di celebrarlo.

  Marco

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venerdì 16 novembre 2018

Quando la TV ti dipinge come una "setta" Lettera aperta alle Iene | 16 Novembre 2018 |

Dopo il servizio delle Iene sulla chiesa Parola della Grazia andato in onda qualche giorno fa, che dipinge una realtà delle chiese evangeliche fuorviante,  mi sono permesso di scrivere alla trasmissione: qua sotto trovate il testo della lettera.

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Lettera aperta alle Iene 

Care Iene,

 avrei voluto inviarvi un video. Uno di quelli ben fatti, con musiche, contributi audio, panoramiche e primi piani... ma io non ho una regia audio/video come nella chiesa che avete visitato a Palermo qualche giorno or sono; ho a malapena una telecamerina comperata al supermercato con la quale ci ostiniamo in chiesa a registrare ogni domenica le predicazioni per metterle in rete e offrirle al nostro audience... che è di una ventina di persone a settimana.

  Ah, scusate, non mi sono presentato: perdonate, non sono pratico del linguaggio giornalistico.  Mi chiamo Marco Delle Monache, ho cinquantasei anni, e da dodici anni sono il pastore di una chiesa evangelica nel nord del Lazio, a Montefiascone. E, se vogliamo, quel titolo di “pastore” con cui gli altri mi chiamano, è pure in un certo senso “abusato”, in quanto non ho un diploma da appendere sul muro, un dottorato in teologia o quant'altro.

  Ciò che so (e che provo di trasmettere) è il frutto di trenta anni di studio personale, di corsi fatti la domenica in questa o quella chiesa “che ne offre uno gratis”, di voli verso la Francia, l'Inghilterra o l'America per partecipare a questa o quella conferenza quando hai risparmiato a sufficienza o “la tale missione ti paga il volo”. 

  La mia non è una chiesa “in rapida espansione”, una di quelle che amate presentare in TV  come esempio della “religione in maggior crescita al mondo” ; esiste da ben dodici anni, e non è mai andata oltre i trenta membri (o, per meglio dire, “seguaci”, come ci chiamate voi). Non abbiamo culti oceanici (attualmente siamo circa tredici), né impianti audio degni del miglior service come a Palermo, ma un palco fatto con sei pallett riciclati, due casse, un mixer sei canali, due microfoni ed una tastiera... e un'unica persona che la sappia (più o meno) suonare.

  Non percepisco stipendio per le circa venticinque ore settimanali che impiego per scrivere i messaggi domenicali, organizzare eventi, gestire le risorse, addestrare gli altri a fare a meno di me quando non ce la farò più... perché venticinque ore a disposizione, dopo che ne hai passato cinquantacinque al tuo lavoro “secolare”, significa rubare quasi tutto lo spazio alla tua famiglia... e prima o poi qualcosa si rompe. A Palermo questo non succede, perché il pastore è a tempo pieno e percepisce (giustamente) una paga per ciò che fa.

  Io non percepisco stipendio, anzi, essendo quello con il reddito più alto in chiesa, sono tra quelli che mette più “decima” (eh, si, quella cosa che vi spaventa tanto e che vi fa gridare al plagio) per pagare le bollette del garage adattato a sala di culto (eh, no, non abbiamo una tensostruttura avveniristica con locali annessi come a Palermo), perché noi non fruiamo di finanziamenti pubblici per dare, ad esempio,  le  “estreme unzioni” in ospedale, né di 8x1000;  non abbiamo banche vaticane e non siamo sostenuti da missioni straniere.

  Sapete perché vi parlo di me? Perché la mia vita è più simile a quella della maggior parte dei pastori sparsi in Italia di quanto la sia quella del pastore della chiesa a Palermo che avete visitato ultimamente. Non facciamo “businness” in chiesa, ma piuttosto ci indebitiamo per farla funzionare.

  Sapete quale è la mia attività, ultimamente? Cercare di trovare lavoro da un immigrato che è stato coinvolto (crediamo a torto) in un processo, è in stato di fermo e non può allontanarsi dalla nostra città, è stato espulso dal centro di accoglienza, è in attesa da due anni dell'udienza del tribunale, e a cui nessuno vuole dare lavoro. E i membri di chiesa lo invitano a turno nella propria casa per dargli un pasto caldo, e un po' di umano affetto.

  Certo, lo “scoop” della grande chiesa da duemila partecipanti che “palgia” il giovane omosessuale fa più share... ma, perdonatemi, non rappresenta punto la verità VERA delle nostre chiese.

  Sapete come sono il 95% delle chiese evangeliche in Italia? Piccole entità fatte di persone appartenenti spessissimo al ceto medio-basso o all'immigrazione, che talvolta danno ben oltre la decima parte del loro reddito per riuscire a “fare” quelo che fanno, spesso nel disprezzo generale e sempre  tra le barriere di uno Stato dove vige ancora una legge fascista del 1930 che stabilisce i “culti ammessi”, che ci definisce “culti acattolici”, galassia, con alfa privativa che sta ad indicare che sei “senza la chiesa cattolica” e, pertanto, differente, strano, pericoloso, da tenere d'occhio.

  E dire che mi piacete, voi Iene! Mi siete da sempre piaciuti, quando andate a ripianare i soprusi, a denunciare storture, a smascherare i pedofili (talvolta in tonaca e pastorale). Ma poi, alla ricerca del punto di share, raccontate una realtà (quella delle chiese evangeliche) che è un film che solo voi vedete.

  Sapete, care Iene, cosa mi sarebbe piaciuto da voi? Che oltre a fare un servizio dove dipingete tutti noi come manipolo di “adepti” (… parole vostre...  si parla così di una setta, vero?), con tanto di musica horror di sottofondo alla Pshyco (invece del vostro solito irriverente, allegro stacchetto), aveste la voglia di cercare di capire cosa fa quell'esiguo 1% della popolazione italiana che frequenta una chiesa evangelica (ma và? Forse vi aspettavate che fossimo di più, vero? L'Islam è il 3%, gli ortodossi il 2,8%...)

  Mi sarebbe piaciuto (e un po' ci rimango male, perché, in fondo vi stimo) che foste andati a vedere la verità VERA delle nostre chiese, fatte da una trentina di persone se va bene, a rischio costante di sfratto perché edifici di culto autorizzati per noi non ce ne sono (anche se la legge lo imporrebbe), messe spesso all'indice da autorità e curie locali,  trattate come “stravaganti” se non come “sette”, ma che nonostante tutto continuano finché ce la fanno per poter dare agli altri una prospettiva del cristianesimo che vada oltre il colonnato del Bernini, la papamobile, lo IOR... o gli scandali della pedofilia.

  Che sovente si sobbarcano in silenzio il compito dell'integrazione dei migranti a proprie spese, dove con i minuscoli mezzi a disposizione si organizzano sostegni scolastici per i bambini scolastici, banchi alimentari per i poveri, aiuti ai terremotati, corsi di lingua per migranti e quant'altro occorra a rendere la chiesa un luogo di accoglienza piuttosto che di mera aggregazione.

  Ma certo, comprendo, le persone farebbero lo “zapping” su un servizio del genere... e si sa, lo share e la fidelizzazione determina il costo degli spot...

  Vedete, care Iene, questa lettera che vi invio è “aperta” per un semplice motivo: affinché “altri” oltre voi possano leggerla e, magari, arrivare a un 0,1% di quelli che hanno visto il vostro servizio, e stimolare in loro la voglia di capire un po' meglio chi siamo. 

  Capire, ad esempio, che non esiste UNA chiesa evangelica, modello mutuato dalla chiesa cattolica, ma una galassia di denominazioni ognuna distinta dall'altra per modi di agire, di predicare, di parlare agli altri, e che dire “gli evangelici sono così” visitandone una è come voler stabilire che tutti i pastori hanno gli occhi azzurri perché quello della chiesa dove andate li ha.

 Capire che l’unico modo di fare quello che facciamo è attraverso lo sforzo comune di chi frequenta la chiesa (che, tra l’altro, è il metodo che utilizzano le chiese dove vanno, ad esempio, anche Bill Clinton o George W. Bush... sono “sette” anche quelle?).

  Avere la voglia di non giudicarci se non dopo aver visto chi siamo e cosa facciamo, di non chiamarci setta perché siamo “acattolici”, di non pensare che vogliamo plagiare alcuno; non tanto perché ci sentiamo offesi, ma per poter continuare a fare ciò che facciamo a favore dei minimi di questa società. 

  E tutte le volte che voi (o altri) fanno un servizio dove si mettono in un unico calderone tutti gli evangelici, dove il sottofondo (non detto, ma implicito) è “non fidatevi, questi sono strani e pericolosi”  succede che il giorno dopo avremo un po' più difficoltà ad ottenere il permesso per entrare nelle carceri, per distribuire pasti ai senzatetto, per accogliere il migrante abbandonato dallo Stato, per organizzare il doposcuola in un quartiere degradato. E chi ne pagherà le spese saranno le persone che non potremo più aiutare.

  Ma io sono un semplice “pastore”, e pure senza diploma... Cosa posso io contro le Iene? Il mio “share”? Una ventina di amici.

  Ricevete i miei saluti.

Marco Delle Monache
pastore (abusivo) 
Chiesa Cristiana Evangelica della Vera Vite
Montefiascone (VT)

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PS per sgomberare qualsiasi equivoco: la mia nota non deve in nessun modo essere letta come una critica alla chiesa palermitana mostrata nel servizio delle Iene, alla sua organizzazione, dimensione o alle sue scelte di come proclamare il Vangelo, per la quale nutro il più alto rispetto. L'intento è esclusivamente rivolto a mettere in luce la superficialità con la quale un certo tipo di TV racconta la variegata realtà delle chiese evangeliche in Italia.
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martedì 9 ottobre 2018

...perché saranno chiamati figli di Dio. | 9 Ottobre 2018 |

Forse eravamo troppo abituati alla “normalità” dell’indifferenza: “Sono pochi... quattro gatti: cosa vuoi che facciano ‘sti invasati?”

Abituati a far parte della minoranza dei “culti acattolici”, come ci hanno inquadrato le varie leggi e i vari concordati; non più confino o campi di concentramento, come nel ventennio, non più roghi come al tempo del Papa re... indifferenza, che è anche peggio.

Innocui. Pochi. Dispersi.

Eppure abbiamo continuato a predicare il Vangelo, nonostante tutto; nonostante le bollette del locale che “e chi ce li ha i soldi questo mese?”. Nonostante i “ma quanto siamo pochi stamattina”. Nonostante i “siamo stanchi, e ci vorrebbero più braccia”.

E poi, succede che, pian piano, il mondo cambia. La nostra nazione cambia; l’economia, la  composizione etnica, le prospettive per il domani... e le persone attorno cominciano a perdere le loro sicurezze. E si preoccupano.

Noi, noi non abbiamo cambiato il nostro messaggio: forse le forme, ma la sostanza rimane:”Io sono la Via, la Verità, e la Vita”. E il messaggio del Vangelo diventa anch’esso fonte di preoccupazione, di disorientamento, che spesso sfocia nell’odio.

Basta “googleare” una frase del tipo “chiesa evangelica atti vandalici” e il web restituisce uno spaccato della paura e dell’odio che suscita il Vangelo (quello vero) al giorno d’oggi in Italia.

Aprile 2014: Carbonia:A fuoco il portone della sala dell’Unione cristiana evangelica battista d’Italia  Le fiamme,  sono state appiccate intorno alle 6.45  davanti al portone, in via Abruzzi. 

Maggio 2014; Bagheria: un’altra chiesa evangelica  presa di mira da ladri e vandali nel giro di poche settimane, dopo che i ladri hanno danneggiato e saccheggiato i centri di Santa Flavia e di Altavilla Milica.  Rubate tutte le apparecchiature audio e video presenti nel local;  persino gli utensili per celebrare la Santa cena come il calice ed il piatto dove si depone il pane spezzato.

Maggio 2016: Milazzo. La porta della Chiesa Cristiana Evangelica di Olivarella, nel quartiere di Via Palermo serrata con del mastice.

 Dicembre 2016: Scampia, Napoli: una baby gang, armata di bastoni,  fa irruzione all’interno della chiesa evangelica di via Labriola, seminando il panico tra i fedeli raccolti in preghiera, senza – per fortuna – provocare feriti. I bulli, tutti a volto coperto, danneggiano la porta d’ingresso  e  un vetro del tempio. 

Giugno 2017: Via Fleming, a Milano: la Chiesa evangelica «Semplicemente Amore»;  il pastore Riccardo Tocco copre con scotch da pacchi il finestrone . «Hanno usato delle mazze -, spiega, e devono essere state infilate tra le maglie della serranda -. Questo vetro è rinforzato, non è facile da rompere». Eppure più volte s’è rotto. Sono anni che la chiesa, a cadenza regolare, viene attaccata: 2005, 2009, 2015, 2017...

Settembre 2018: la chiesa battista di Milano via Jacopino avrebbe dovuto iniziare il nuovo anno, ma quando Carmen, la responsabile del doposcuola offerto ad un quartiere degradato  ha aperto il suo locale lo ha trovato a soqquadro: banchi rotti, armadi rovesciati, scritte sulle mura, tra cui: “CARMEN AMICA DEGLI STRANIERI".
Ottobre 2018, Varese:  la Chiesa di Via Verdi subisce il furto di strumenti musicali e attrezzature tecnologiche con successivo incendio di natura dolosa. I locali  completamente inagibili, fuliggine dappertutto,  e  danni da quantificare. 
 Cosa fare? Stupirsi?  Arrabbiarsi? Deprimersi? Reagire? Chiedere aiuto alle istituzioni?

Gesù ha un’altra prospettiva: ἀγαλλιάω, agalliaō, che  nelle nostre bibbie è tradotto con “giubilate”, ma in realtà significa, “fate grandi salti  per la gioia”.

Significa che siamo innocui, pochi, dispersi, è vero... ma siamo nel solco del Maestro. Che predichiamo il Vangelo, quello che fa male, che taglia, che scava e che “sceglie” chi lo ha accettato. Quel Vangelo per il quale, nonostante le sofferenze e il disprezzo del mondo, saremo chiamati “figli di Dio”.

"Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli. Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia. Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli; poiché così hanno perseguitato i profeti che sono stati prima di voi.” (Matteo 5:9-12)

Marco





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martedì 7 agosto 2018

Unire i punti per vedere la vera immagine | 7 Agosto 2018 |

Una delle cose che ogni pastore deve affrontare ed imparare a gestire nella sua vita di servizio è lo “scoraggiamento”.

Essere pastore non è un semplice “titolo” (per alcuni, e sbagliano, lo è);  ma significa “fare.

Significa passare gran parte della tua vita a studiare strategie, scrivere messaggi, provvedere alle necessità del gregge che Dio ti ha affidato, progettare nuove attività, incoraggiare e soccorrere...

Alcuni cercano di fare tutto da soli e, prima o poi, esauriscono le energie (ci sono passato anche io, non vi preoccupate!). Altri, i più saggi tra noi,  hanno capito di non poter arrivare dappertutto; così demandano ad altri gran parte del lavoro, incoraggiando così la crescita di altri leader in chiesa.

Ma in qualsiasi caso, arriva una stagione della tua vita di “pastore” dove ti guardi indietro e cominci a “pesare” l'impegno con i tuoi occhi umani. Normalmente capita quando c'è una crisi, o uno stallo nel ministero globale di una chiesa; e si cominciano ad affollare nella tua mente riflessioni che vanno dal “bicchiere mezzo vuoto” a quello “completamente vuoto”.

Cominci a calcolare gli anni spesi nel ministero, e li paragoni ai “frutti”... che spesso gli occhi si limitano a cercare nella “consistenza numerica”.

Se sei pastore, e  ti è capitato di attraversare momenti del genere, beh, sappi che sei in buona compagnia... almeno siamo in due!

Nei miei ventisei anni di servizio complessivo al Signore, e nelle varie fasi e ruoli della mia vita di servitore, ho sempre dovuto lottare contro lo scoraggiamento e, negli anni, ho cercato varie strategie per gestirlo: dai libri scritti da credenti più maturi di me, al consiglio di altri pastori, all'incoraggiamento di credenti fuori e dentro la chiesa.

Ma il sostegno migliore in ognuna di queste fasi, lunghe o brevi che fossero,  è sempre arrivato da un episodio specifico che il Signore ha permesso affinché io smettessi di guardare la chiesa con il mio occhio umano e tornassi a guardarla con gli occhi di Gesù.

L'ultimo caso è accaduto pochi giorni fa, attraverso un concerto di musica “secolare” della corale della cittadina dove ha sede la chiesa.

Già, perché in quella corale amatoriale sono coinvolti da qualche tempo due membri della nostra chiesa.

La prima è Jean, una donna inglese che ha deciso di spostarsi da una comunità di qualche migliaio di persone a Nottingham dove era segretaria del pastore, per venire a “lavorare gratis” in una di venti, offrendo gli “Alpha Courses” in lingua inglese ai migranti di un centro di accoglienza con il quale collaboriamo da qualche tempo.

L'altro è Jeffery, fuggito dal suo paese, la Nigeria, a motivo di una sorta di faida tra gruppi che aveva decimato la sua famiglia, quasi affogato nel naufragio della zattera su cui erano stipati e la cui memoria  ritorna sovente nei suoi peggiori sogni.

Jean ha cominciato a frequentare il coro per divertimento, ma anche per “stabilire ponti” con la comunità dove ormai vive, ed ha invitato Jeffery a partecipare anche lui (in chiesa siamo troppo pochi per formare una vera corale... , ma, chissà, in futuro ci si potrà lavorare su). E in breve Jeffery è diventato la “mascotte”, è stato apprezzato per quello che è,  ha condiviso la sua storia, ha parlato della sua chiesa. Ha stabilito ponti tra lui (e non solo lui) ed una comunità all'inizio “scettica” per via del colore della sua pelle.

Sei lì, in una calda serata d'agosto, per ascoltare un po' di buona musica, vedere amici e parenti coinvolti nel coro e per sostenere due membri della tua chiesa: nessun “secondo fine” nella tua testa.

Ma poi, quando capisci che il direttore del coro ha deciso di affidare a Jeffery l'unico ruolo solita della serata, e quando la gente chiede  il bis, ed è di nuovo Jeffery ad esibirsi... allora cominci a “unire i punti” e a intravedere la sagoma di quello che Dio vuole dipingere attraverso la chiesa che ti ha concesso di guidare; e, una volta a casa, riguardi i “punti che hai unito, vedi la forma... e capisci!

Se non ci fosse stata la chiesa a Montefiascone, i migranti non sarebbero arrivati in chiesa, Jean non si sarebbe trasferita, non ci sarebbero stati Alpha Courses,  Jean non avrebbe invitato Jeffery al coro, le persone non avrebbero conosciuto la sua storia, la popolazione di Montefiascone non avrebbe conosciuto il ministero della chiesa verso i migranti, … Ma, soprattutto, Dio non sarebbe stato glorificato per tutto ciò.

E allora ti si aprono di nuovo gli occhi dello Spirito, e per un po' chiudi quelli umani ed il tuo modo di guardare l' impegno nella chiesa locale: il fine ultimo, non è la mia soddisfazione, il mio occhio che vuole vedere la crescita numerica, ma la gloria di Dio.

Sei lì, in quella chiesa che non è la tua, ma di Gesù, non per la tua personale soddisfazione, ma per mostrare la Gloria di Dio al mondo. L'opera non è la tua, e i punti da unire non li hai messi tu. A te spetta solo di accettarli, di unirli... e di guardare poi lo stupendo dipinto che il RE dei re ha creato attraverso di essi.

Unire i punti, per vedere la grande immagine:  quello è il carburante per continuare, nonostante il tuo occhio umano. Quello è il tuo premio. Quello è il motivo di tutto.

“Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non può essere nascosta...Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli.” (Matteo 5:14, 16)


Marco
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Qui sotto trovate il link all'articolo apparso sulla stampa locale che racconta in breve la storia di Jeffery, e  il video della sua performance.


Link all'articolo




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martedì 26 giugno 2018

L'opera non è nostra | 26 Giugno 2018 |

In un momento storico del nostro Paese dove molto si discute sull'ospitalità ai migrandi, vorrei condividere con voi la testimonianza che ha dato Isaiah, uno dei ragazzi nigeriani che frequantano la nostra chiesa a Montefiascone (VT) e che abbiamo battezzato qualche domenica fa. 

Come cittadini possiamo avere ognuno le proprie opinioni, a favore o contro. Come politici possiamo studiare sistemi e soluzioni per vivere in pace e provvedere alle emergenze. Come credenti siamo chiamati ad amare lo straniero “perché anche voi foste stranieri” (Esodo 22:21).

Ma, come chiesa di Cristo, dobbiamo a mio avviso ritornare a capire che sempre più spesso saremo chiamati ad essere non "laghi" che man mano si riempiono di credenti, ma piuttosto approdi su un  fiume,  dove la corrente della vita e la guida del Signore porta  ad attraccare per un breve periodo persone che hanno bisogno di capire che Dio li ama. 
Luoghi dove vengano “nutriti” spiritualmente (e molte volte nutriti fisicamente),  per poi riprendere il viaggio e continuare  seguendo la corrente della propria vita,  portando il nome di Gesù più a valle. 

Isaiah tra poco non lo avremo più con noi, ma sapere di aver contribuito anche in minima parte a ciò che lui recherà per sempre con se, la sua nascita in Cristo, averlo visto proclamare il Vangelo dinanzi a pochi credenti e a molti bagnanti incuriositi... beh, quello ripaga con interessi a tre decimali la nostra piccolissima chiesa di tutti gli sforzi, le lacrime, le disillusioni, il "quanti siamo pochi oggi!", oppure "ci vorrebbero più braccia per fare anche quello", o anche "ma quanti soldi abbiamo in cassa per pagare le bollette del locale?"

L'opera non è nostra. L'opera è del Maestro, come la Gloria che ne viene.

E Lui, sorridendo, ci premia al di là dei nostri reali meriti, facendoci partecipi, e strumenti di quella Sua Gloria. 

Marco  



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