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sabato 29 dicembre 2012

Essere strumenti per il Regno nell'anno che viene

Siamo al termine di un anno difficile per tutti: la recessione ha colpito anche la nostra come altre 
chiese in Italia e nel mondo.

 All'inizio dell'anno abbiamo fatto molti piani per questo 2012 che ora termina: alcuni li abbiamo raggiunti, altri sono in corso d'opera, altri ancora li abbiamo falliti, almeno per il momento. Ma e' stato un anno dove la nostra chiesa "almeno c'ha  provato". 

Ha provato ad invertire la rotta che spinge le persone verso la depressione per una situazione recessiva sempre più rampante, ha provato ad essere testimone di Cristo tra chi non lo conosce, e si chiede perché tutto questo accada, ha provato a supportare chi ha poco o nulla per vivere.

Molto abbiamo fatto, non per nostro merito ma per la grazia di Dio; molto c'e' da fare in questo 2013 che viene.

Da dove cominciare, allora? Vi suggerisco di leggere questo meraviglioso articolo di Paolo Jugovac: io ne ho tratto profonda ispirazione per il mio 2013.

Soprattutto, nella prospettiva di essere "meno evangelico e più cristiano, di sapere che non sono l'unico che si adopera per Cristo ed e' stato da lui chiamato, accettando che la grazia di Dio opera non solo tramite il mio mondo, quello evangelico, ma attraverso le persone che Dio stesso sceglie. 

Questo metterà in prospettiva il mio impegno, adoperandomi per un regno dove altri oltre me, la mia chiesa, la mia denominazione sono all'opera, guidati dallo Spirito Santo che unisce e sceglie; rendendomi utile e umile, strumento di Dio, non detentore unico della Sua opera.

Buon anno a tutti.
Marco
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Cambia il mondo di Paolo Jugovac

No, il mondo non è finito il 21 dicembre. E nemmeno il 22. Non avrebbe senso ribadirlo, se non fosse per il sorprendente spazio che l'onda informativa e l'umore popolare hanno accreditato, forse per consolarsi della fine di un'epoca, a una bufala che aveva ben pochi motivi per venir presa in considerazione. Naturalmente molti cristiani hanno colto l'occasione per far riflettere sulla fine del mondo, quella vera, prossima ventura (di cui, è utile ricordarlo, nessuno sa la data: si rassegnino i profeti di sventura e gli archeologi della domenica); molto meno si è ragionato su quanto davvero i cristiani, oggi, attendano con interesse, con ansia, con trepidazione quella seconda venuta di Cristo che dovremmo invocare e che invece, avvolti nelcomfort di una crisi che non basta a farci dire "basta", continuiamo a chiedere solo a mezza bocca.

E dunque, salvo imprevisti, prima della fine del mondo arriverà ancora una volta la fine dell'anno. E, sempre salvo imprevisti, prima di vedere un nuovo mondo vedremo sorgere un nuovo anno.

Ai bilanci ci eserciteremo tutti, sperabilmente con serietà e una sana dose di autocritica, nei prossimi giorni, salvo poi dimenticare tutto entro l'Epifania e continuare nella speranza che cambi qualcosa attorno a noi mentre noi rimaniamo inchiavardati alle nostre abitudini. Non è un discorso politico: non solo, quantomeno. Perché possiamo considerare la politica come un elemento lontano da noi, ma non potrà mai esserci del tutto estranea: viviamo in una società che, volenti o nolenti, va governata, ed è nostro interesse che questo avvenga in maniera meno ostile possibile alla libertà di espressione e di culto, alla tutela dei valori della vita e, perché no, con una linearità etica degna di questo nome.

Ma un cambiamento politico, appunto, dipende da noi solo in parte; risulta invece molto più immediata e urgente, per il nostro futuro, una seria riflessione, abbinata a una sana autocritica, capace di portarci a una radicale valorizzazione di quella "testimonianza cristiana" che ogni credente dovrebbe sentire il peso di sostenere, nel suo privato e nello spazio pubblico. Su questo versante dovremmo impegnarci sempre di più, mettendoci - come si usa dire oggi - la faccia e studiando le formule più efficaci per dire, attraverso la nostra stessa vita oltre che con le parole, che c'è una speranza, che un cambiamento è possibile, che la vita può trovare un senso. E che tutto questo non passa attraverso le urne, ma per un cambiamento interiore, profondo, sincero: la società cambia se, prima, cambia chi la anima.

E allora, per essere efficaci nel comunicare questa Buona Notizia, nel 2013 potremmo provare a concentrarci su due versanti.

Dovremmo provare a essere più cristiani e meno evangelici. Qualcuno potrebbe sentirsi offeso, eppure non dobbiamo dimenticare che siamo chiamati in primo luogo a essere cristiani, seguaci di Cristo, imitatori di quel Gesù di cui, come evangelici ci pregiamo di diffondere il messaggio. Sì, dovremmo provare a essere più cristiani: ritrovando l'umiltà di riconoscere che Dio opera in modi che non sempre a noi risultano lineari, e che non si muove solo attraverso di noi; che la promessa «chi invocherà il nome del Signore sarà salvato» non riguarda solo una determinata denominazione, ma è estesa a tutti coloro - dal ladrone in croce ai nostri fratelli nordcoreani, a prescindere dai distinguo dottrinali - che sono stati toccati, compunti nel cuore da quel messaggio travolgente che è la Promessa contenuta nel vangelo.

Lo predichiamo, lo cantiamo, ma talvolta tendiamo a dimenticarlo. Essere cristiani, oggi, significa aprirsi a un mondo in crisi con l'amore del Samaritano che raccoglie e cura colui che trova in fin di vita sulla sua strada. Significa dire la verità con quell'amore che Gesù ha riservato a tutti coloro che Dio attirava a lui. Significa riconoscere con cuore grato di essere stati amati e perdonati da Dio come i debitori della nota parabola, e sapere che Dio si aspetta da noi lo stesso atteggiamento verso chi oggi si trova nella stessa situazione in cui versavamo noi.

Allo stesso tempo, però, nel 2013 dovremmo essere più evangelici e meno cristiani, se per cristiano intendiamo un modo furbo, opaco, opportunista di vivere la nostra vita cristiana cui una malintesa separazione tra pubblico e privato, spirituale e materiale, trascendente e quotidiano ci ha man mano condotto.


Non sono lontanissimi i tempi in cui si faceva riferimento all'etica calvinista per definire in maniera proverbiale un comportamento ben riconoscibile, fatto di rigore, serietà, coerenza, specchiata onestà. Dovremmo tornare - tutti, non solo noi evangelici - a quell'etica forse un po' noiosa, a volte scomoda, spesso poco conveniente sul piano personale, dove la linearità faceva premio sull'utilità.
Dove la regola non era necessariamente rigida, ma valeva per tutti, e non esistevano quelle interpretazioni bibliche ad personam (o ad ecclesiam) che talvolta ci rendono così simili alle realtà - religiose e non - che ci permettiamo di disprezzare.

Dovremmo tornare a essere più evangelici anche nell'approccio: evangelici senza troppe etichette, eccessivi distinguo, imbarazzanti settarismi che portano a dividersi rallentando la Missione e a moltiplicare le dispute perdendo di vista lo Scopo. Le anime hanno bisogno di Cristo, e noi siamo chiamati a presentarlo. Punto. La cosa più semplice del mondo, se esercitiamo questa chiamata attraverso lo Spirito, i talenti, l'esperienza, l'ascolto, l'umanità che ci sono stati concessi. E sarà tanto più semplice se ci decideremo a mettere da parte un passato di ragioni, torti, ripicche - e talvolta un presente di personalismo, orgoglio e diffidenza - per accostare le nostre singole, limitate capacità come tessere di un unico mosaico, guardando poi con stupore, giorno dopo giorno, il capolavoro di colori e opportunità che si verrà formando davanti ai nostri occhi.

Di questi cristiani ha bisogno la chiesa. Di questi evangelici ha bisogno il mondo.
Un mondo che non è finito l'altroieri, ma che - ci dice la Bibbia - non durerà per sempre. Se fino a quel Giorno - o, più modestamente, almeno per il 2013 - sarà un mondo migliore di come è stato fino a oggi, dipenderà solo da noi.

(Articolo apparso su Riflessi etici del 24/12/2012.

sabato 22 dicembre 2012

La "fatica del Natale"


I "segni" del Natale

Arriva un altro Natale, condito con le luci, i suoni, l'iconografia occidentale fatta di comete, uomini in rosso, renne, alberi e capanne. Magari questo Natale è più dimesso di quelli che ci ricordiamo, mercé la crisi economica, ma i “segni” tipici di questo periodo dell'anno, ci sono tutti.

Ma per coloro che sono evangelici e navigano in internet, da qualche anno si è aggiunto un “segno” ulteriore per sapere che “sta arrivando Natale”: sto parlando della serie lunghissima di post, mail, tweet, nei quali credenti si affannano a spiegare (principalmente ad altri credenti, ma non solo) i motivi per cui non si debba festeggiare il Natale, e che, se lo si fa, colui che lo fa dovrebbe seriamente porsi la domanda se sia veramente “nato di nuovo”.

“E' giusto festeggiare il Natale?”

Il post comincia, quasi immancabilmente, con una  domanda (ovviamente, retorica, agli occhi di chi scrive) che suona pressappoco così: “E' giusto per un credente festeggiare il Natale?”, alla quale segue di norma, un “copia e incolla” preso da qualche post di qualche altro sito o pagina Facebook degli anni precedenti, dove si enumerano (spesso con una scarsissima conoscenza storica) tutti i riferimenti pagani della festività: dal Sol Invictus latino, allo Juul scandinavo, dai riti della luce lapponi al Babbo Natale Coca Cola.

Debbo confessare il mio “peccato”: anche io, negli anni passati, ho fatto ampio uso del “copia e incolla”, magari con funzione non di demonizzare la festività in se, ma di spiegarne i potenziali “appigli” per poter testimoniare di Cristo a chi crede “solo per una stagione dell'anno”.

Ma i post di cui parlo, invece, terminano quasi sempre con una coda “sulfurea”: in pratica, se festeggi, accenni, o accetti il Natale anche solo come rimembranza di un fatto “storico”, ti poni “fuori” dalla grazia di Dio, e finisci dritto dritto nelle fauci del Maligno, festeggiando ciò che la Bibbia non indica si debba celebrare. Chi invece aborrisce tale festa, rende gloria e culto a Dio, e ne riceverà grande benedizione.

Il “doppiopesismo biblico”

La storia della nostra nazione, come quella di molte altre nel mondo, è stata da sempre costellata da sovrapposizioni di paganesimo e cristianesimo, sino a dimenticarsi quali siano i collegamenti reali di ciò che durante l'anno si “festeggia”.

Ed è quasi incredibile come molti di coloro che si scagliano contro il Natale, poi siano fra quelli che ti augurano “buon ferragosto!”, ignorando che stanno celebrando l'imperatore Cesare Augusto che si proclamò “dio in terra” (poi sovrapposto dalla “assunzione” in cielo di Maria Vergine). O siano quelli che ti augurano “buon compleanno!” sulla tua pagina Facebook, senza sapere che il festeggiare la data di nascita è retaggio del rito di dedicazione dei figli alle divinità pagane.

Nella zona del viterbese c'è chi ti offre pesci di cioccolata il giorno di Sant'Andrea per rievocare la moltiplicazione dei pani e dei pesci nel Vangelo, senza sapere che in quell'usanza si cela un antico rito della fertilità, o magari va a pranzo con gli amici meccanici il giorno di Santa Lucia, che altro non è che la sovrapposizione cattolica ad una festa romana dedicata al dio sole.

Senza dimenticare, poi, come quasi tutti i detrattori del Natale stappino bottiglie di spumante al termine del "tre! due! uno!!!" tipico della conta alla rovescia del 31 dicembre, inneggiando alla festa forse più “pagana” in assoluto dell'anno, con i suoi cibi e i suoi indumenti portafortuna.

Mi fermo qua, ma l'elenco potrebbe essere lunghissimo, costellato si sagre cittadine, pali della cuccagna e quant'altro. Ma, stranamente, per queste celebrazioni, non c'è traccia di post che mettano in guardia dalle nefaste influenze di quei festeggiamenti, e non c'è traccia di “copia e incolla” per mettere in guardia il credente sui ferali effetti che ha per l'anima del credente andare al ristorante a festeggiare il quindici agosto o l'otto dicembre.

E' palese che non sia né scandalizzato né critichi i modi sopra descritti di festeggiare eventi e ricorrenze liete, ma quello che “stride” è il “doppiopesismo” biblico: capodanno,  ferragosto e compleanno si, il Natale no.

La “fatica” del Natale

Perché, allora, scegliere il Natale come obiettivo da "abbattere"? Nel tempo mi sono persuaso che  Natale costringa i credenti ad uno sforzo: quello di festeggiare “assieme ad altri”.

Come evangelici, minoranza in Italia, siamo abituati ad “essere differenti”, a  festeggiare in modi e date differenti (eccezion fatta per la Pasqua). Nel Natale non saremmo “depositari” della festa, non avremmo la prerogativa di essere “originali”, ma lo festeggeremmo assieme a gran parte del mondo occidentale; e questo ci porterebbe a “sforzarci” di riempire gli spazi lasciati vuoti all'interno dell'impalcatura che sorregge l'iconografia storica della festività con il “vero” motivo della festa; a dover “unire i punti” perché appaia l'immagine completa a favore di altri. A testimoniare Cristo a parenti, amici, e quant'altri incontriamo su una base quotidiana per almeno un mese.

E fare questo con una festa così ampiamente “secolarizzata”, comporta uno sforzo immane di attenzione, fantasia ed impegno personale. Molto più facile “essere contro”: basta poco, un “copia e incolla” e via, ecco che abbiamo fatto il nostro dovere di credenti!

Un esercito che spara su se stesso

Al di là del fatto che, sovente quei “copia e incolla” contengono dei dati a dir poco inesatti (per coloro proprio curiosi, qui possono trovare un mio NOIOSISSIMO! studio –  fatto non con il “copia e incolla”, ma sui testi di storici credenti e non - sui motivi del perché si festeggia il 25 dicembre), la cosa che mi rende profondamente triste è che, come nella migliore tradizione, abbiamo l'esempio della "chiesa" come di un esercito che spara su se stesso.

Credenti impegnati a sparare NON contro la secolarizzazione della festa, non contro l'involucro vuoto di contenuti, ma contro altri credenti che, in qualche modo (il 25 dicembre, la domenica prima o quella dopo, o in altra data) ricordano al corpo di Cristo, alla chiesa che “ la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità” (Giovanni 1:14), e che lo proclamano al mondo.

Il “ponte” della cortesia

Ma la chiave di lettura migliore, penso forse me l'abbia consegnata mia moglie, raccontandomi come due studenti azeri, di fede musulmana, l'abbiano salutata al termine della sua lezione all'Università con un “Buon Natale, professoressa!”... non perché loro lo festeggino o valga qualcosa per loro... ma semplicemente per “cortesia”.

Quella cortesia che stabilisce un “ponte” con l'altro, senza escluderlo ma senza essere sincretico, senza voler affermare che le mie idee si sposano con le tue, e che tutte e due vanno bene.

Quella cortesia che mi apre la possibilità di parlare di Cristo a più persone possibili, di farmi “giudeo coi giudei, debole coi deboli,” pur di guadagnarne uno in più per Cristo.

Quella cortesia che dovrebbe accomunare, in virtù dell'amore per gli altri, ma soprattutto per i fratelli e le sorelle, chi ha creduto in Cristo. In quel medesimo Cristo che è morto e risorto per ciascuno che crede in lui... ma che è anche nato, in un giorno dell'anno che non possiamo sapere, cambiando la storia del mondo, la mia e la tua.

Premesso tutto ciò... Buon Natale!
Marco

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