giovedì 20 dicembre 2018

Celebrare Natale “nella zona giusta” del mondo | 20 Dicembre 2018 |

Questa che sto scrivendo dovrebbe, come consuetudine pastorale, essere la mia nota natalizia che ormai pubblico ogni anno in questo periodo che ci avvicina al ricordo di una nascita miracolosa.

E' una nota che, normalmente, si concentra sulle cose, “positive” del Natale, sui miei ricordi di bambino, sulla gioia.

Perdonatemi, ma quest'anno sarà un po' differente. Perdonatemi se non porterà gioia, o se la porterà solo in parte.

Quante volte dirai, da qui al 25 Dicembre, la frase “Buon Natale”? Ed in che modo la dirai?

Celebrerai davvero il ricordo sobrio della nascita del Cristo, oppure celebrerai l'opulenza della festa occidentale? Celebrerai colui che è venuto a cambiare la tua vita attraverso l'adozione nella famiglia di Dio, se hai accettato quel dono disceso dall'alto a Natale (poco importa che il 25 dicembre non sia la vera data), oppure celebrerai coloro che trarranno beneficio economico dalla vendita di tutto ciò che compererai per festeggiare “in modo adeguato” la stagione? Lo celebrerai nel santuario del tuo cuore devoto, o nelle “shopping mall” del centro commerciale?

Vorrei che tu riflettessi, ogni volta che dirai “Buon Natale”, che dovresti aggiungere anche “... a te che vivi nella zona giusta del mondo”. Perché? Semplicemente perché, che tu sia credente o meno, nella zona del mondo dove sei nato, dove sei nata,  puoi festeggiarlo senza dover rischiare la tua vita per farlo. Senza farlo di nascosto. Senza temere che la tua casa venga arsa assieme a chi ci vive dentro. Senza essere picchiato. Senza vedere i tuoi figli uccisi.

Festeggia pure, ma ricordati che lo fai perché non sei parte di 215 milioni di persone nel mondo perseguitate a motivo della loro fede in Cristo. Perché nessuno dei tuoi familiari fa parte delle oltre 3.000 persone uccise in un anno pur di non rinnegare la propria fede. Perché la chiesa dove forse entrerai solo a Natale non rischia di essere demolita assieme ad altre 15.000. Tutto questo perché hai avuto la fortuna di nascere “nella zona giusta” per poterti proclamare cristiano.

Magari sei tra quelli che si indigna solo perché una maestra (a torto o a ragione) sostituisce “Gesù” con “laggiù”  in una recita di Natale alle elementari, ma non sai che in Cina in questo momento stanno abbattendo chiesa su chiesa per impedire che le persone lo festeggino, che in Bulgaria  ogni pastore cristiano dovrà ottenere il permesso dallo Stato per celebrarlo, che in Turchia i missionari vengono messi in carcere, che persino Amnesty International ha  derubricato la strage di cristiani in Nigeria come “lotta tribale per la terra”.

O forse lo sai... ma tu sei nato, tu sei nata “nella zona giusta”, e puoi far finta che queste cose non riguardino te.

 Forse molti dei volti che incontrerai durante questo Natale e che noi chiamiamo con il nome collettivo di “migranti” stanno fuggendo proprio perché cercano una “zona giusta del mondo” dove gli sia permesso di celebrarlo.

Se pensi che il Natale sia pace, ricorda che colui che è nato ha detto anche “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra... I nemici dell'uomo saranno quelli di casa sua!” (Matteo 10:34a, 36). Se pensi che il Natale sia sicurezza, ricorda che colui che celebri ha anche detto: “ S'avvicina il momento in cui quelli che vi uccideranno crederanno di offrire un servizio a Dio.” (Giovanni 16:2)

 In che modo festeggerai Natale, tu che sei nato, tu che sei nata “nella zona giusta del mondo”? Il dono del Natale per te si concretizza anche nella capacità di celebrarlo; festeggialo, ma non solo a Natale. Parlane, ma non solo a Natale. Agisci con misericordia , pace bontà verso tutti... ma non solo a Natale.

 Fai della tua vita un continuo Natale, tu che ha la fortuna di essere nato, di essere nata “nella zona giusta” per essere libero, per essere libera di celebrarlo.

  Marco

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venerdì 16 novembre 2018

Quando la TV ti dipinge come una "setta" Lettera aperta alle Iene | 16 Novembre 2018 |

Dopo il servizio delle Iene sulla chiesa Parola della Grazia andato in onda qualche giorno fa, che dipinge una realtà delle chiese evangeliche fuorviante,  mi sono permesso di scrivere alla trasmissione: qua sotto trovate il testo della lettera.

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Lettera aperta alle Iene 

Care Iene,

 avrei voluto inviarvi un video. Uno di quelli ben fatti, con musiche, contributi audio, panoramiche e primi piani... ma io non ho una regia audio/video come nella chiesa che avete visitato a Palermo qualche giorno or sono; ho a malapena una telecamerina comperata al supermercato con la quale ci ostiniamo in chiesa a registrare ogni domenica le predicazioni per metterle in rete e offrirle al nostro audience... che è di una ventina di persone a settimana.

  Ah, scusate, non mi sono presentato: perdonate, non sono pratico del linguaggio giornalistico.  Mi chiamo Marco Delle Monache, ho cinquantasei anni, e da dodici anni sono il pastore di una chiesa evangelica nel nord del Lazio, a Montefiascone. E, se vogliamo, quel titolo di “pastore” con cui gli altri mi chiamano, è pure in un certo senso “abusato”, in quanto non ho un diploma da appendere sul muro, un dottorato in teologia o quant'altro.

  Ciò che so (e che provo di trasmettere) è il frutto di trenta anni di studio personale, di corsi fatti la domenica in questa o quella chiesa “che ne offre uno gratis”, di voli verso la Francia, l'Inghilterra o l'America per partecipare a questa o quella conferenza quando hai risparmiato a sufficienza o “la tale missione ti paga il volo”. 

  La mia non è una chiesa “in rapida espansione”, una di quelle che amate presentare in TV  come esempio della “religione in maggior crescita al mondo” ; esiste da ben dodici anni, e non è mai andata oltre i trenta membri (o, per meglio dire, “seguaci”, come ci chiamate voi). Non abbiamo culti oceanici (attualmente siamo circa tredici), né impianti audio degni del miglior service come a Palermo, ma un palco fatto con sei pallett riciclati, due casse, un mixer sei canali, due microfoni ed una tastiera... e un'unica persona che la sappia (più o meno) suonare.

  Non percepisco stipendio per le circa venticinque ore settimanali che impiego per scrivere i messaggi domenicali, organizzare eventi, gestire le risorse, addestrare gli altri a fare a meno di me quando non ce la farò più... perché venticinque ore a disposizione, dopo che ne hai passato cinquantacinque al tuo lavoro “secolare”, significa rubare quasi tutto lo spazio alla tua famiglia... e prima o poi qualcosa si rompe. A Palermo questo non succede, perché il pastore è a tempo pieno e percepisce (giustamente) una paga per ciò che fa.

  Io non percepisco stipendio, anzi, essendo quello con il reddito più alto in chiesa, sono tra quelli che mette più “decima” (eh, si, quella cosa che vi spaventa tanto e che vi fa gridare al plagio) per pagare le bollette del garage adattato a sala di culto (eh, no, non abbiamo una tensostruttura avveniristica con locali annessi come a Palermo), perché noi non fruiamo di finanziamenti pubblici per dare, ad esempio,  le  “estreme unzioni” in ospedale, né di 8x1000;  non abbiamo banche vaticane e non siamo sostenuti da missioni straniere.

  Sapete perché vi parlo di me? Perché la mia vita è più simile a quella della maggior parte dei pastori sparsi in Italia di quanto la sia quella del pastore della chiesa a Palermo che avete visitato ultimamente. Non facciamo “businness” in chiesa, ma piuttosto ci indebitiamo per farla funzionare.

  Sapete quale è la mia attività, ultimamente? Cercare di trovare lavoro da un immigrato che è stato coinvolto (crediamo a torto) in un processo, è in stato di fermo e non può allontanarsi dalla nostra città, è stato espulso dal centro di accoglienza, è in attesa da due anni dell'udienza del tribunale, e a cui nessuno vuole dare lavoro. E i membri di chiesa lo invitano a turno nella propria casa per dargli un pasto caldo, e un po' di umano affetto.

  Certo, lo “scoop” della grande chiesa da duemila partecipanti che “palgia” il giovane omosessuale fa più share... ma, perdonatemi, non rappresenta punto la verità VERA delle nostre chiese.

  Sapete come sono il 95% delle chiese evangeliche in Italia? Piccole entità fatte di persone appartenenti spessissimo al ceto medio-basso o all'immigrazione, che talvolta danno ben oltre la decima parte del loro reddito per riuscire a “fare” quelo che fanno, spesso nel disprezzo generale e sempre  tra le barriere di uno Stato dove vige ancora una legge fascista del 1930 che stabilisce i “culti ammessi”, che ci definisce “culti acattolici”, galassia, con alfa privativa che sta ad indicare che sei “senza la chiesa cattolica” e, pertanto, differente, strano, pericoloso, da tenere d'occhio.

  E dire che mi piacete, voi Iene! Mi siete da sempre piaciuti, quando andate a ripianare i soprusi, a denunciare storture, a smascherare i pedofili (talvolta in tonaca e pastorale). Ma poi, alla ricerca del punto di share, raccontate una realtà (quella delle chiese evangeliche) che è un film che solo voi vedete.

  Sapete, care Iene, cosa mi sarebbe piaciuto da voi? Che oltre a fare un servizio dove dipingete tutti noi come manipolo di “adepti” (… parole vostre...  si parla così di una setta, vero?), con tanto di musica horror di sottofondo alla Pshyco (invece del vostro solito irriverente, allegro stacchetto), aveste la voglia di cercare di capire cosa fa quell'esiguo 1% della popolazione italiana che frequenta una chiesa evangelica (ma và? Forse vi aspettavate che fossimo di più, vero? L'Islam è il 3%, gli ortodossi il 2,8%...)

  Mi sarebbe piaciuto (e un po' ci rimango male, perché, in fondo vi stimo) che foste andati a vedere la verità VERA delle nostre chiese, fatte da una trentina di persone se va bene, a rischio costante di sfratto perché edifici di culto autorizzati per noi non ce ne sono (anche se la legge lo imporrebbe), messe spesso all'indice da autorità e curie locali,  trattate come “stravaganti” se non come “sette”, ma che nonostante tutto continuano finché ce la fanno per poter dare agli altri una prospettiva del cristianesimo che vada oltre il colonnato del Bernini, la papamobile, lo IOR... o gli scandali della pedofilia.

  Che sovente si sobbarcano in silenzio il compito dell'integrazione dei migranti a proprie spese, dove con i minuscoli mezzi a disposizione si organizzano sostegni scolastici per i bambini scolastici, banchi alimentari per i poveri, aiuti ai terremotati, corsi di lingua per migranti e quant'altro occorra a rendere la chiesa un luogo di accoglienza piuttosto che di mera aggregazione.

  Ma certo, comprendo, le persone farebbero lo “zapping” su un servizio del genere... e si sa, lo share e la fidelizzazione determina il costo degli spot...

  Vedete, care Iene, questa lettera che vi invio è “aperta” per un semplice motivo: affinché “altri” oltre voi possano leggerla e, magari, arrivare a un 0,1% di quelli che hanno visto il vostro servizio, e stimolare in loro la voglia di capire un po' meglio chi siamo. 

  Capire, ad esempio, che non esiste UNA chiesa evangelica, modello mutuato dalla chiesa cattolica, ma una galassia di denominazioni ognuna distinta dall'altra per modi di agire, di predicare, di parlare agli altri, e che dire “gli evangelici sono così” visitandone una è come voler stabilire che tutti i pastori hanno gli occhi azzurri perché quello della chiesa dove andate li ha.

 Capire che l’unico modo di fare quello che facciamo è attraverso lo sforzo comune di chi frequenta la chiesa (che, tra l’altro, è il metodo che utilizzano le chiese dove vanno, ad esempio, anche Bill Clinton o George W. Bush... sono “sette” anche quelle?).

  Avere la voglia di non giudicarci se non dopo aver visto chi siamo e cosa facciamo, di non chiamarci setta perché siamo “acattolici”, di non pensare che vogliamo plagiare alcuno; non tanto perché ci sentiamo offesi, ma per poter continuare a fare ciò che facciamo a favore dei minimi di questa società. 

  E tutte le volte che voi (o altri) fanno un servizio dove si mettono in un unico calderone tutti gli evangelici, dove il sottofondo (non detto, ma implicito) è “non fidatevi, questi sono strani e pericolosi”  succede che il giorno dopo avremo un po' più difficoltà ad ottenere il permesso per entrare nelle carceri, per distribuire pasti ai senzatetto, per accogliere il migrante abbandonato dallo Stato, per organizzare il doposcuola in un quartiere degradato. E chi ne pagherà le spese saranno le persone che non potremo più aiutare.

  Ma io sono un semplice “pastore”, e pure senza diploma... Cosa posso io contro le Iene? Il mio “share”? Una ventina di amici.

  Ricevete i miei saluti.

Marco Delle Monache
pastore (abusivo) 
Chiesa Cristiana Evangelica della Vera Vite
Montefiascone (VT)

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PS per sgomberare qualsiasi equivoco: la mia nota non deve in nessun modo essere letta come una critica alla chiesa palermitana mostrata nel servizio delle Iene, alla sua organizzazione, dimensione o alle sue scelte di come proclamare il Vangelo, per la quale nutro il più alto rispetto. L'intento è esclusivamente rivolto a mettere in luce la superficialità con la quale un certo tipo di TV racconta la variegata realtà delle chiese evangeliche in Italia.
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martedì 9 ottobre 2018

...perché saranno chiamati figli di Dio. | 9 Ottobre 2018 |

Forse eravamo troppo abituati alla “normalità” dell’indifferenza: “Sono pochi... quattro gatti: cosa vuoi che facciano ‘sti invasati?”

Abituati a far parte della minoranza dei “culti acattolici”, come ci hanno inquadrato le varie leggi e i vari concordati; non più confino o campi di concentramento, come nel ventennio, non più roghi come al tempo del Papa re... indifferenza, che è anche peggio.

Innocui. Pochi. Dispersi.

Eppure abbiamo continuato a predicare il Vangelo, nonostante tutto; nonostante le bollette del locale che “e chi ce li ha i soldi questo mese?”. Nonostante i “ma quanto siamo pochi stamattina”. Nonostante i “siamo stanchi, e ci vorrebbero più braccia”.

E poi, succede che, pian piano, il mondo cambia. La nostra nazione cambia; l’economia, la  composizione etnica, le prospettive per il domani... e le persone attorno cominciano a perdere le loro sicurezze. E si preoccupano.

Noi, noi non abbiamo cambiato il nostro messaggio: forse le forme, ma la sostanza rimane:”Io sono la Via, la Verità, e la Vita”. E il messaggio del Vangelo diventa anch’esso fonte di preoccupazione, di disorientamento, che spesso sfocia nell’odio.

Basta “googleare” una frase del tipo “chiesa evangelica atti vandalici” e il web restituisce uno spaccato della paura e dell’odio che suscita il Vangelo (quello vero) al giorno d’oggi in Italia.

Aprile 2014: Carbonia:A fuoco il portone della sala dell’Unione cristiana evangelica battista d’Italia  Le fiamme,  sono state appiccate intorno alle 6.45  davanti al portone, in via Abruzzi. 

Maggio 2014; Bagheria: un’altra chiesa evangelica  presa di mira da ladri e vandali nel giro di poche settimane, dopo che i ladri hanno danneggiato e saccheggiato i centri di Santa Flavia e di Altavilla Milica.  Rubate tutte le apparecchiature audio e video presenti nel local;  persino gli utensili per celebrare la Santa cena come il calice ed il piatto dove si depone il pane spezzato.

Maggio 2016: Milazzo. La porta della Chiesa Cristiana Evangelica di Olivarella, nel quartiere di Via Palermo serrata con del mastice.

 Dicembre 2016: Scampia, Napoli: una baby gang, armata di bastoni,  fa irruzione all’interno della chiesa evangelica di via Labriola, seminando il panico tra i fedeli raccolti in preghiera, senza – per fortuna – provocare feriti. I bulli, tutti a volto coperto, danneggiano la porta d’ingresso  e  un vetro del tempio. 

Giugno 2017: Via Fleming, a Milano: la Chiesa evangelica «Semplicemente Amore»;  il pastore Riccardo Tocco copre con scotch da pacchi il finestrone . «Hanno usato delle mazze -, spiega, e devono essere state infilate tra le maglie della serranda -. Questo vetro è rinforzato, non è facile da rompere». Eppure più volte s’è rotto. Sono anni che la chiesa, a cadenza regolare, viene attaccata: 2005, 2009, 2015, 2017...

Settembre 2018: la chiesa battista di Milano via Jacopino avrebbe dovuto iniziare il nuovo anno, ma quando Carmen, la responsabile del doposcuola offerto ad un quartiere degradato  ha aperto il suo locale lo ha trovato a soqquadro: banchi rotti, armadi rovesciati, scritte sulle mura, tra cui: “CARMEN AMICA DEGLI STRANIERI".
Ottobre 2018, Varese:  la Chiesa di Via Verdi subisce il furto di strumenti musicali e attrezzature tecnologiche con successivo incendio di natura dolosa. I locali  completamente inagibili, fuliggine dappertutto,  e  danni da quantificare. 
 Cosa fare? Stupirsi?  Arrabbiarsi? Deprimersi? Reagire? Chiedere aiuto alle istituzioni?

Gesù ha un’altra prospettiva: ἀγαλλιάω, agalliaō, che  nelle nostre bibbie è tradotto con “giubilate”, ma in realtà significa, “fate grandi salti  per la gioia”.

Significa che siamo innocui, pochi, dispersi, è vero... ma siamo nel solco del Maestro. Che predichiamo il Vangelo, quello che fa male, che taglia, che scava e che “sceglie” chi lo ha accettato. Quel Vangelo per il quale, nonostante le sofferenze e il disprezzo del mondo, saremo chiamati “figli di Dio”.

"Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli. Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia. Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli; poiché così hanno perseguitato i profeti che sono stati prima di voi.” (Matteo 5:9-12)

Marco





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martedì 7 agosto 2018

Unire i punti per vedere la vera immagine | 7 Agosto 2018 |

Una delle cose che ogni pastore deve affrontare ed imparare a gestire nella sua vita di servizio è lo “scoraggiamento”.

Essere pastore non è un semplice “titolo” (per alcuni, e sbagliano, lo è);  ma significa “fare.

Significa passare gran parte della tua vita a studiare strategie, scrivere messaggi, provvedere alle necessità del gregge che Dio ti ha affidato, progettare nuove attività, incoraggiare e soccorrere...

Alcuni cercano di fare tutto da soli e, prima o poi, esauriscono le energie (ci sono passato anche io, non vi preoccupate!). Altri, i più saggi tra noi,  hanno capito di non poter arrivare dappertutto; così demandano ad altri gran parte del lavoro, incoraggiando così la crescita di altri leader in chiesa.

Ma in qualsiasi caso, arriva una stagione della tua vita di “pastore” dove ti guardi indietro e cominci a “pesare” l'impegno con i tuoi occhi umani. Normalmente capita quando c'è una crisi, o uno stallo nel ministero globale di una chiesa; e si cominciano ad affollare nella tua mente riflessioni che vanno dal “bicchiere mezzo vuoto” a quello “completamente vuoto”.

Cominci a calcolare gli anni spesi nel ministero, e li paragoni ai “frutti”... che spesso gli occhi si limitano a cercare nella “consistenza numerica”.

Se sei pastore, e  ti è capitato di attraversare momenti del genere, beh, sappi che sei in buona compagnia... almeno siamo in due!

Nei miei ventisei anni di servizio complessivo al Signore, e nelle varie fasi e ruoli della mia vita di servitore, ho sempre dovuto lottare contro lo scoraggiamento e, negli anni, ho cercato varie strategie per gestirlo: dai libri scritti da credenti più maturi di me, al consiglio di altri pastori, all'incoraggiamento di credenti fuori e dentro la chiesa.

Ma il sostegno migliore in ognuna di queste fasi, lunghe o brevi che fossero,  è sempre arrivato da un episodio specifico che il Signore ha permesso affinché io smettessi di guardare la chiesa con il mio occhio umano e tornassi a guardarla con gli occhi di Gesù.

L'ultimo caso è accaduto pochi giorni fa, attraverso un concerto di musica “secolare” della corale della cittadina dove ha sede la chiesa.

Già, perché in quella corale amatoriale sono coinvolti da qualche tempo due membri della nostra chiesa.

La prima è Jean, una donna inglese che ha deciso di spostarsi da una comunità di qualche migliaio di persone a Nottingham dove era segretaria del pastore, per venire a “lavorare gratis” in una di venti, offrendo gli “Alpha Courses” in lingua inglese ai migranti di un centro di accoglienza con il quale collaboriamo da qualche tempo.

L'altro è Jeffery, fuggito dal suo paese, la Nigeria, a motivo di una sorta di faida tra gruppi che aveva decimato la sua famiglia, quasi affogato nel naufragio della zattera su cui erano stipati e la cui memoria  ritorna sovente nei suoi peggiori sogni.

Jean ha cominciato a frequentare il coro per divertimento, ma anche per “stabilire ponti” con la comunità dove ormai vive, ed ha invitato Jeffery a partecipare anche lui (in chiesa siamo troppo pochi per formare una vera corale... , ma, chissà, in futuro ci si potrà lavorare su). E in breve Jeffery è diventato la “mascotte”, è stato apprezzato per quello che è,  ha condiviso la sua storia, ha parlato della sua chiesa. Ha stabilito ponti tra lui (e non solo lui) ed una comunità all'inizio “scettica” per via del colore della sua pelle.

Sei lì, in una calda serata d'agosto, per ascoltare un po' di buona musica, vedere amici e parenti coinvolti nel coro e per sostenere due membri della tua chiesa: nessun “secondo fine” nella tua testa.

Ma poi, quando capisci che il direttore del coro ha deciso di affidare a Jeffery l'unico ruolo solita della serata, e quando la gente chiede  il bis, ed è di nuovo Jeffery ad esibirsi... allora cominci a “unire i punti” e a intravedere la sagoma di quello che Dio vuole dipingere attraverso la chiesa che ti ha concesso di guidare; e, una volta a casa, riguardi i “punti che hai unito, vedi la forma... e capisci!

Se non ci fosse stata la chiesa a Montefiascone, i migranti non sarebbero arrivati in chiesa, Jean non si sarebbe trasferita, non ci sarebbero stati Alpha Courses,  Jean non avrebbe invitato Jeffery al coro, le persone non avrebbero conosciuto la sua storia, la popolazione di Montefiascone non avrebbe conosciuto il ministero della chiesa verso i migranti, … Ma, soprattutto, Dio non sarebbe stato glorificato per tutto ciò.

E allora ti si aprono di nuovo gli occhi dello Spirito, e per un po' chiudi quelli umani ed il tuo modo di guardare l' impegno nella chiesa locale: il fine ultimo, non è la mia soddisfazione, il mio occhio che vuole vedere la crescita numerica, ma la gloria di Dio.

Sei lì, in quella chiesa che non è la tua, ma di Gesù, non per la tua personale soddisfazione, ma per mostrare la Gloria di Dio al mondo. L'opera non è la tua, e i punti da unire non li hai messi tu. A te spetta solo di accettarli, di unirli... e di guardare poi lo stupendo dipinto che il RE dei re ha creato attraverso di essi.

Unire i punti, per vedere la grande immagine:  quello è il carburante per continuare, nonostante il tuo occhio umano. Quello è il tuo premio. Quello è il motivo di tutto.

“Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non può essere nascosta...Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli.” (Matteo 5:14, 16)


Marco
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Qui sotto trovate il link all'articolo apparso sulla stampa locale che racconta in breve la storia di Jeffery, e  il video della sua performance.


Link all'articolo




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martedì 26 giugno 2018

L'opera non è nostra | 26 Giugno 2018 |

In un momento storico del nostro Paese dove molto si discute sull'ospitalità ai migrandi, vorrei condividere con voi la testimonianza che ha dato Isaiah, uno dei ragazzi nigeriani che frequantano la nostra chiesa a Montefiascone (VT) e che abbiamo battezzato qualche domenica fa. 

Come cittadini possiamo avere ognuno le proprie opinioni, a favore o contro. Come politici possiamo studiare sistemi e soluzioni per vivere in pace e provvedere alle emergenze. Come credenti siamo chiamati ad amare lo straniero “perché anche voi foste stranieri” (Esodo 22:21).

Ma, come chiesa di Cristo, dobbiamo a mio avviso ritornare a capire che sempre più spesso saremo chiamati ad essere non "laghi" che man mano si riempiono di credenti, ma piuttosto approdi su un  fiume,  dove la corrente della vita e la guida del Signore porta  ad attraccare per un breve periodo persone che hanno bisogno di capire che Dio li ama. 
Luoghi dove vengano “nutriti” spiritualmente (e molte volte nutriti fisicamente),  per poi riprendere il viaggio e continuare  seguendo la corrente della propria vita,  portando il nome di Gesù più a valle. 

Isaiah tra poco non lo avremo più con noi, ma sapere di aver contribuito anche in minima parte a ciò che lui recherà per sempre con se, la sua nascita in Cristo, averlo visto proclamare il Vangelo dinanzi a pochi credenti e a molti bagnanti incuriositi... beh, quello ripaga con interessi a tre decimali la nostra piccolissima chiesa di tutti gli sforzi, le lacrime, le disillusioni, il "quanti siamo pochi oggi!", oppure "ci vorrebbero più braccia per fare anche quello", o anche "ma quanti soldi abbiamo in cassa per pagare le bollette del locale?"

L'opera non è nostra. L'opera è del Maestro, come la Gloria che ne viene.

E Lui, sorridendo, ci premia al di là dei nostri reali meriti, facendoci partecipi, e strumenti di quella Sua Gloria. 

Marco  



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sabato 17 febbraio 2018

Volare via da qua o restare per testimoniare Cristo | 17 Febbraio 2018 |

 Certo che a vederli così, stampati su una busta ufficiale, fanno un certo effetto. Sto parlando dei nomi dei miei due figli.

Da oggi Benjamin e Matteo sono ufficialmente “Mister B. Delle Monache” e “Mister M. Delle Monache”.

Le buste sono quelle di due passaporti: non i passaporti italiani , il Paese dove sono nati, il Paese dove il loro padre (io) è nato, dove hanno vissuto, dove il loro padre (io) ha sognato di dargli un futuro, una prospettiva, perché potessero continuare a vivere in questo meraviglioso “Paese” pieno di storia, di bellezze naturali, di buon cibo; quelli italiani li hanno già da tempo. All'interno ci sono due passaporti britannici, la nazione dove è nata la loro madre, e su cui sta scritto che, da oggi, hanno “british citizenship”, cittadinanza britannica, sudditi di sua Maestà la Regina Elisabetta II.

  Sono leggeri, ma pesavano più di mille chili ciascuno nel momento che li stavo portando a casa. Già, perché quei due passaporti rappresentano il fallimento della mia generazione. 

  Fummo giovani, nati a metà degli anni sessanta. Il 68 ce lo ricordiamo appena, ma ci ricordiamo gli anni di piombo, il terrore di accendere la TV e scoprire che le BR ne avevano steso un'altro: poliziotti, carabinieri, magistrati, giornalisti, politici. Il terrore sottile di aspettare tuo padre politico che va a Roma per le riunioni e il non sapere se lo rivedrai, se sarà lui ad allungare la striscia di sangue al TG.

  Ci ricordiamo il caso Moro, e la sconfitta del terrorismo, proprio quando ci affacciavamo sulla vita sociale del Paese, e andavamo a far parte di quella schiera di giovani pieni di sogni per il futuro, utopisti quel tanto che bastava da dire “andiamo a far risorgere questa nazione dopo il buio della Repubblica”. 

  Con  quella sana utopia di giovani abbiamo studiato, ci siamo laureati, abbiamo ricoperto cariche istituzionali importanti. Oppure abbiamo aperto le nostre attività, abbiamo dotato il nostro Paese di nuovi servizi, abbiamo cercato nuove vie nel commercio, nell'industria o dell'agricoltura.

  Il Marco diciottenne assieme a milioni di suoi omologhi ed omologhe si sono messi in gioco per consegnare ai propri figli un passaporto per una nazione bella non solo nei paesaggi o nelle antichità, ma anche bella da vivere, pronta ad essere amata, per la quale si fanno follie d'amore... non certo per consegnargli un passaporto per fuggire da essa. Un passaporto ed una cittadinanza che apra ai propri figli un futuro, lontano dall'Italia, che non sia solo quello di sforzarsi una vita nel tentativo di arretrare solo un poco rispetto a ciò che ha avuto il proprio padre.

  Ieri a casa abbiamo festeggiato, ma sapevo che stavo festeggiando il fallimento di una generazione, la mia, che ha prodotto una pletora di politici corrotti o corruttibili, di gente classista, di uomini e donne intolleranti e razziste, di tangentisti. Se è vero come è vero che abbiamo trovato questa realtà consolidata, dopo la sconfitta del terrorismo e la caduta della prima Repubblica spettava a noi, oramai ultracinquantenni, di cambiare le regole, di virare la barra a dritta, di sterzare. E invece ci siamo accomodati nei “salotti buoni”, fatto patti con i corrotti, chiesto favori ai potenti, ammannito la droga del “noi in Italia siamo fatti così” alle generazioni dopo di noi.

  E mentre festeggiavo la cittadinanza britannica dei miei due figli, riflettevo che invece avrei dovuto festeggiare un altro documento arrivato da poco nella mia famiglia: la tessera elettorale del mio primogenito Matteo. Avrei dovuto festeggiare il fatto che, dal 4 marzo, sarà capace di esprimere come la pensa e, nel suo piccolo, di prendere in mano il suo futuro, e quello della sua nazione (perché, intendiamoci, italiano era e italiano resta).

  “Perché devo andare a votare, papà, se tutto resta uguale nel tempo?”.  Sono questo tipo di domande che fanno rinascere in me l'utopia di poter cambiare questo Paese, anche fosse per la più minuta pietra dell'ultima strada della mia città. “Io resto, Matteo. Tu puoi andare... ma io resto”.

  Resto non tanto perché  sono ormai vecchio, o perché ho affari consolidati, ma perché non voglio darla vinta a chi ha sconfitto i miei sogni. Resto perché so che la mia nazione è piena di persone che meritano di più, persone stupende, cortesi, intelligenti, ironiche. Resto perché proverò fino a che posso di cambiarla attraverso il mio lavoro, attraverso il mio impegno sociale, attraverso la mia testimonianza di credente e il mio parlare di Cristo agli altri.

 Ecco perché resto.  Resto soprattutto perché, come credente, Dio  mi ha chiesto di arricchire QUESTA nazione, di cooperare al bene di QUESTO Paese, di portare frutto in QUESTO posto. Gesù in Matteo 5 dice:

"Voi siete il sale della terra; ma, se il sale diventa insipido, con che lo si salerà? Non è più buono a nulla se non a essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non può essere nascosta,  e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli." (Matteo 5:13-16)

  So che sto consegnando ai miei figli un futuro pieno di speranze in quei due passaporti per volare via. Ma voglio, ancora oggi voglio, utopisticamente voglio continuare a credere che possa cambiare. Che la mia nazione possa tornare a consegnare ai nostri giovani un passaporto per il futuro, che anche dalla cabina elettorale si possa sovvertire uno stato di fatto che si perpetua da cinquant'anni, affinché ci sia futuro, prospettiva, utopia.

Affinché non ci siano più padri che consegnino passaporti ai propri figli italiani per volare via da qua.

  E tutto ciò passa anche dalla mia testimonianza di Cristo in questa nazione. Sono io il sale, sono io la luce, sono io il mezzo con cui Cristo risveglia e trasforma un Paese.


Marco
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mercoledì 2 agosto 2017

L'acqua e lo straniero | 2 Agosto 2017 |

(Una breve riflessione circa la morte di Morientes, un giovane “migrante” rifugiato politico della Costa d'Avorio annegato lunedì 31 luglio nel lago di Bolsena)

L'acqua


L'acqua è l'elemento principe della vita sulla terra. Il nostro corpo è composto per il 99% d'acqua, secondo gli ultimi studi. L'acqua è un bene prezioso. Nel paese da dove Morientes proveniva, è sovente un bene anche più prezioso che qui da noi. Non arriva nelle case con i tubi, non c'è sugli scaffali dei supermercati. La si va a prendere, se c'è, quando c'è, in un pozzo che può distare da casa anche molte ore di cammino. La si prende così come è: limpida o torbida, fresca o calda, profumata o maleodorante. L'acqua è anche un percorso, una via verso la libertà: libertà da una guerra, da una schiavitù, da una dittatura, da una vita che non promette nulla tranne il cercare di sopravvivere un giorno ancora. Morientes aveva percorso il deserto, e poi aveva attraversato le onde del Mediterraneo per giungere a quello che lui vedeva come una “terra promessa”, un nuovo inizio, una rinascita, un futuro. Nella cultura cristiana, l'acqua è il simbolo della rigenerazione, della nuova nascita; nella chiesa che conduco battezziamo gli adulti che hanno creduto in Cristo “per immersione”, e l'acqua simboleggia il passaggio da una vecchia vita alla nuova vita, il “lavare via” il peccato, il riemergere dall'acqua mutato e purificato per sempre. Ma l'acqua è anche una barriera; una barriera fisica, da attraversare, pericolosa e infida, dove puoi terminare per sempre la tua vita. Morientes quella barriera la conosceva, come tutti coloro a cui abbiamo dato il nome collettivo di “migranti”. Ed è anche una barriera mentale; in inglese c'è una parola specifica, “overseas”, che individua quel “che sta al di là del mare”. Qualcosa lontano, straniero.
Lo straniero
Morientes aveva attraversato quella barriera fisica, ma per molti di noi non quella mentale; era ancora “l'overseas”, il lontano, lo straniero, il “migrante”. Ma poi, quell'acqua che Morientes aveva bramato e trasportato come fonte di vita nel suo paese natale, quell'acqua che aveva attraversato per giungere ad una nuova vita, quell'acqua che stava dandogli refrigerio e svago in una torrida giornata di fine luglio, diventa la sua ultima acqua. E stride l' aver attraversato nelle lacrime un mare su una zattera e il morire a pochi passi dalla riva di un lago dove stai ridendo con chi ti vuole bene. E allora scopri che quel “migrante” venuto da molto lontano, era null'altro che un uomo come te, con le sue piccole gioie e i suoi limiti umani; che è come te, che soffre, ride, e muore come te. Scopri che, tra te e lui, non c'è differenza alcuna, se non nella barriera di un nome collettivo con cui la tua società lo separa dal tutto. 

Proprio in quelle stesse acque che hanno dato la morte al migrante, qualche giorno prima, avevo assieme alla chiesa, dato una "vita nuova" a tre migranti al pari di Morientes, giovani che erano suoi amici. Quando ho saputo della tragedia, inconsciamente, in un attimo, nella mia testa è attraversato un pensiero: "Speriamo non sia uno di loro.". Mai pensiero fu più sbagliato.

Come credente, difatti, non sono qui per aiutare SOLO chi ha accettato Cristo, a fare cordoglio SOLO per chi fa parte della mia stessa fede. la Parola, difatti, mi chiama a tutt'altro. Quale sarà allora il mio modo di onorare questa vita, oltre al fare cordoglio? Come posso trarre il bene dal male assoluto della sua giovane vita che non c'è più? Cosa mi può e mi deve insegnare? Nel libro di Levitico 19:33-34 sta scritto: “Quando qualche straniero abiterà con voi nel vostro paese, non gli farete torto.Tratterete lo straniero, che abita fra voi, come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso; poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto. Ognuno di noi è in se uno “straniero”; la terra che posseggo non è mia, e non la porterò assieme a me. La salvezza che proclamo chiamandomi cristiano deve spingermi ad essere responsabile e consapevole che sono chiamato ad amare lo straniero, non solo a sopportarlo come un qualcosa di accidentale ed inevitabile. In Numeri 15:16 sta scritto: Ci sarà una stessa legge e uno stesso diritto per voi e per lo straniero che soggiorna da voi”. Gli “stranieri” di cui parla la Bibbia erano provenienti da popoli che avevano altri usi, altri costumi, altri cibi, altri dei. Ora come allora, sono chiamato a vedere lo “straniero” non come un “male necessario”, ma una parte della mia vita, e della mia missione di testimonianza. 

L'acqua è fonte di vita, di movimento e di divisione, ma io sono chiamato ad essere un'acqua differente per chi mi sta a fianco, anche se straniero, overseas, migrante. “Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno.” (Giovanni 7:38) 
Marco PS: riporto qua sotto l'articolo 5 del Patto di Losanna del 1974, un documento firmato dalle maggiori confessioni cristiane nel mondo che sintetizza magistralmente quello che, come credenti, siamo chiamati a fare nel mondo.
--- 5. La responsabilità sociale dei cristiani "Sosteniamo che Dio è sia il Creatore sia il Giudice di tutti. Dobbiamo dunque condividere la sua preoccupazione per la giustizia, per la riconciliazione sociale e per la liberazione degli uomini e delle donne da ogni forma di oppressione. Poiché gli uomini e le donne sono fatti a immagine di Dio si ha che ogni persona, indipendentemente dalla razza, dalla religione, dal colore della pelle, dalla cultura, dalla classe sociale, dal sesso o dall’età, possiede un’intrinseca dignità in ragione della quale deve essere rispettata e servita e non sfruttata. Nell’affermare queste verità vogliamo anche esprimere il nostro pentimento sia per le nostre mancanze sia perché a volte abbiamo considerato l’evangelizzazione e la responsabilità sociale come due cose che si escludono a vicenda. Sebbene la riconciliazione tra persone non si identifichi con la riconciliazione con Dio, né l’azione sociale equivalga all’evangelizzazione o la liberazione politica alla salvezza, sosteniamo tuttavia che l’evangelizzazione e la nostra responsabilità socio-politica siano entrambe parte del nostro impegno cristiano. Entrambe sono espressioni necessarie delle nostre dottrine di Dio e dell’umanità, del nostro amore per il prossimo e della nostra ubbidienza a Gesù Cristo. Il messaggio di salvezza implica anche un messaggio di giudizio su ogni forma di alienazione, di oppressione e di discriminazione e noi non dovremmo temere di denunciare il male e l’ingiustizia ovunque si manifestino. Quando qualcuno riceve Cristo egli nasce di nuovo nell’ambito del suo regno e in questa nuova condizione deve cercare non solo di manifestare, ma anche di diffondere, nel contesto di un mondo malvagio, la giustizia di questo regno. La salvezza che proclamiamo dovrebbe trasformare noi stessi in tutte le nostre responsabilità personali e sociali. La fede senza le opere è morta." (Atti 17:26, 31; Genesi 18:25; Isaia 1:17; Salmo 45:7; Genesi 1:26, 27; Giacomo 3:9; Levitico 19:18; Luca 6:27, 35; Giacomo 2:14-26; Giovanni 3:3, 5; Matteo 5:20; 6:33; 2 Corinzi 3:18; Giacomo 2:20.)
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venerdì 23 giugno 2017

Con le mani danzare per dare voce al silenzio: l'ultima canzone di "Interpreti" | 23 Giugno 2017 |

Immaginati di essere immerso in un mondo silenzioso, dove nulla penetra oltre la barriera fisica delle tue orecchie, dove i gesti sono il tuo unico modo di interagire, percepire, comunicare con l'esterno.

Immagina di non poter comunicare ciò che provi con le parole alla persona che ami, di potergli rivelare chi realmente sei dentro, nè di ascoltare le parole di chi ti ama, tuo padre, il tuo migliore amico, e di non poter neppure interpetare il mondo attorno a te attraverso i suoni di una realtà che cambia.

Simone Giannicola, cantautore cristiano (che abbiamo la benedizione di avere come uno dei nostri membri di chiesa), è partito dall'assunto del mondo silenzioso di una persona sorda per costruire un brano che lega la sua musica alla attività di sua moglie Morgana Vassallo (anche lei parte attiva e membro della nostra chiesa), interprete LIS (Lingua Italiana dei Segni), quella lingua speciale attraverso cui milioni di sordi comunicano con il mondo. Ed ha anche affidato alla voce di Morgana di costruire in musica le ipotetiche riflessioni di colei che non può comunicare con chi ama se non attraverso i segni.

E i segni non diventano solo parole, ma si trasformano in una danza, che vorrebbe unire due mondi apparentemente in contrasto, quello dei suoni e quello del silenzio.

Anche se la canzone non cita versetti, né contiene nomi della nostra fede, a mio avviso questa di Simone è forse la più bella canzone cristiana che abbia mai scritto, che ci spinge come credenti ad andare oltre alla nostra ipotetica compassione verso le persone che non sentono, ma di penetrare il loro mondo e di cercare a nostra volta di penetrarlo, così come  Cristo chiede di arrivare in ogni parte del mondo "sino alle estremità della terra" a ciascuno di noi.

E la canzone bene si lega al "Progetto LIS", portato avanti dalla nostra chiesa a favore dei sordi proprio grazie all'interpretariato di Morgana e del quale abbiamo già ampiamente parlato in passato sul nostro notiziario di chiesa (potrete trovare qui, qui, e qui gli articoli relativi al progetto).

Qua sotto troverete il video che Samuele "Bagana" Giannicola ha prodotto per "Interpreti", ovvero Simone e Morgana.

Marco


Canzone: "Con le mani danzare" di Interpreti
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martedì 23 maggio 2017

Il paradiso, può attendere | 23 Maggio 2017 |


  Le cinque e cinquanta. Ti svegli, come ogni mattina, prepari per il caffè e per i  toast che farai tra circa un'ora per i tuoi figli e tua moglie. Sali le scale del soppalco e siedi alla tua scrivania per leggere un po', meditare un po', prepararti in preghiera per un altro giorno di lavoro “in paradiso” (così come cantava Phil Collins tanti anni addietro). Prima di sedere dai una rapida scorsa al tuo smartphone con le news... e ti accorgi che è accaduto... ancora.

  Apri la pagina delle news sul tuo computer, e vieni accolto da immagini che ti colpiscono come un cazzotto in piena faccia dato da Mike Tyson. A Manchester, in un concerto di Ariana Grande, qualcuno o qualcosa, una bomba ha fatto strage di quelli che il cronista si ostina a chiamare “ragazzini”.

  A diciassette, diciotto, diciannove anni non sei più “ragazzino”: sei un giovane uomo o una giovane donna che si affaccia sulla vita vera, che ha tutta la voglia e il diritto di vivere, crescere, e lasciare una traccia in quel “paradiso”, magari di cambiarlo; in meglio.

  Mentre scorri l'articolo, non puoi impedire alla tua mente di correre verso i tuoi figli di sedici e diciotto anni che stanno dormendo nel loro letto, a soli pochi centimetri, oltre la parete che divide la tua scrivania dalla loro stanza.

  “Avrebbero potuto essere loro”  pensi. Tutti i sogni, tutte le aspettative, tutte le incerte certezze della loro vita futura strappate via, così, da un po' di polvere pirica e qualche chiodo.

  Ma poi, perché? C'è una singola ragione che giustifichi tutto questo orrore? Ah, si, una c'è: l'editto di chissà quale esagitato leader che, anni addietro, disse :”Porteremo l'orrore delle vie di Bagdad nelle vie delle vostre città, in Occidente.”

  E' questo il fine? Far provare il medesimo dolore che provano i padri e le madri di Bagdad, di Kirchuk, (o in quale altra maniera si scriva), di Mosul, di qualsiasi altro posto dove infuri una guerra, santa o meno santa, di farlo vivere anche a noi, che siamo la "causa di tutto"del folle autoproclamato leader o profeta di turno?

  Il dolore non si cancella con il dolore, il sangue non lava il sangue, ma raddoppia la chiazza, la morte non restituisce la vita... tutte frasi logiche, che cerchi di pensare... ma mentre lo fai capisci che le pensi tu, di fronte al tuo PC, nel “paradiso” che detieni come occidentale... E che non riuscirai mai a far arrivare a chi ha confezionato la bomba, ha chi l'ha collocata tra migliaia di suoi coetanei (probabilmente), a chi ha tirato il cordino, facendosi magari esplodere e diventando lui morte per altri.

  E ti corre la mente alle frasi di Cristo in Matteo 5:44-45: 

“Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.”

  E ti ricordi che non stai in “paradiso”, come cantava il buon Phil, solamente perché hai cibo, una casa, una apparente normalità di vita. Ma che stai nel mondo, violento, ingiusto, dove tu non controlli nulla... se non la tua voglia di rialzarti, e di non maledire... altrimenti faresti il loro gioco.

  Ma di benedire: perché così fai il gioco di Colui che lo controlla da sempre quel gioco, che lo ha creato perfetto e lo ha visto divenire imperfetto a causa della nostra altezzosa superbia di uomini.

  Il paradiso, quello vero, può attendere: noi siamo del mondo, nel mondo.

Marco
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sabato 24 dicembre 2016

Adorare a Natale | 24 Dicembre 2016 |

Un gorgo di ricordi dolci e tristi di persone a me care che non ci sono più, come pure di suoni e di profumi antichi, mi avvolge ad ogni Natale che arriva; memorie di gesti ripetuti ogni anno allo stesso modo con un rispetto rigoroso per ciò di cui erano simbolo.

Il nostro presepe era enorme, con tanto di volta stellata tirata su da mio fratello (già all'epoca un genio del “fai da te”) con filo di ferro e carta cielo, da cui fuoriuscivano lampade ad incandescenza a simulare le stelle (e per fortuna non c'è mai stato un cortocircuito!) che si accendevano e si spegnevano con il ritmo pulsante e preciso dell'intermittenza.

Il nostro albero era un po' più piccolo, ma pieno di luci e di quelle palle di vetro antiche e trasparenti al cui interno c'erano paesaggi innevati o angeli adoranti: e in cima una enorme stella luminosa che da sola consumava un kilowatt.

Io ero piccolo, ma volevo a tutti costi partecipare alla costruzione di questi due simboli che, nei miei occhi di bimbo, mi introducevano ad una stagione magica e benedetta. La raccolta del muschio (allora non era un problema raccoglierlo, ce ne erano prati ovunque), la scelta della posizione dei figuranti nel presepe, l'altezza di ciascuna palla sull'albero... Tutto contribuiva a farmi entrare, piano piano, nella consapevolezza che stavo festeggiando qualcosa di supremamente importante: l'arrivo di un bambino... ma che era anche Dio! Che cosa strana! Che cosa inusuale! Che cosa stupenda!

Era un lento crescendo che mi introduceva a poco a poco in quello stato della mente e dell'anima che poi, da adulto, avrei conosciuto col nome di “adorazione”.

Adorare, nella forma latina da cui deriva la parola italiana, è scritto “ad orare”, che significa “parlare (orare) a qualcuno (ad)”; per me bambino il Natale era entrare in contatto con un Dio, distante ed a cui non sarei mai potuto arrivare, tramite un bambino come me che veniva a nascere in terra, e con il quale mi ci potevo confrontare, con cui potevo parlare... che potevo “ad-orare”.

Poi il mondo, la vita, e la mia voglia di fare da solo, hanno strappato per un tempo quel sogno bambino di poter entrare in contatto con colui che mi aveva creato. Ho girato le spalle, ed ho iniziato a correre, a nascondermi, a fuggire. Sino a quando, nel periodo più buio della mia ancor giovane vita, ormai stanco, ho dovuto fermarmi, ed uscire allo scoperto.

E così, con stupore, ho capito che lui era ancora lì, il bambino rappresentato dalla statua minuta che ponevo la notte del 24 dicembre, come vuole tradizione, sotto una grotta di sassi. E non era più un bambino, ma un uomo con il quale mi ci potevo confrontare, che aveva provato al pari mio, il dolore di perdere persone amate, la disperazione di essere stato tradito, la voglia di cose non sane, la paura per quello che sarebbe accaduto domani...

Ora che sono vecchio, e che continuo a camminare a fianco di quell'uomo, so che parte del mio essere ancora capace di stupirmi per ciò che il Natale significa lo devo a quei miei primi natali, agli occhi bambini che celavano un cuore desideroso di capire il mondo che c'era sotto quella volta stellata fatta di carta cielo. Che non comprendevano a pieno la valenza di un Dio che scende in terra umiliandosi a prendere le mie medesime forme, ma che comunque “ad-oravo”, a cui parlavo, a cui affidavo i miei primi sogni come pure le prime paure nella notte.

Per questo, per quanto ho potuto, ho lottato nella mia famiglia per mantenere quella medesima tradizione sin da quando i miei figli erano piccoli, lottando contro il consumismo che tutto massifica, contro i led al posto delle lucine intermittenti, contro il senso di vuoto che dice che nella mangiatoia, sotto due ali di roccia, altro non c'è che una statua di gesso, augurandomi che anche il loro cuore bambino affidasse la loro vita sotto la volta stellata ad un Dio che scende ad incontrarli.

L'ho fatto, nella speranza che la mio pari, essi lo faranno con i loro figli, fino alla fine dell'età presente. Perché anche loro possano “ad-orare” il Cristo che nasce come semplice uomo per potermi salvare.

Quel che abbiamo udito e conosciuto,
e che i nostri padri ci hanno raccontato,
non lo nasconderemo ai loro figli;
diremo alla generazione futura le lodi del Signore,
la sua potenza e le meraviglie che egli ha operate.
Egli stabilì una testimonianza in Giacobbe,
istituì una legge in Israele
e ordinò ai nostri padri di farle conoscere ai loro figli,
perché fossero note alla generazione futura,
ai figli che sarebbero nati.
Questi le avrebbero così raccontate ai loro figli,
perché ponessero in Dio la loro speranza
e non dimenticassero le opere di Dio,
ma osservassero i suoi comandamenti.”

(Salmo 78:3-6)

Buon Natale.



Marco
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RIFLESSIONI E PROSPETTIVE

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