venerdì 4 marzo 2022

E non impareranno più la guerra | 4 Marzo 2022 |

𝘜𝘤𝘳𝘢𝘯𝘪𝘯𝘢, 𝘶𝘯 𝘱𝘰𝘴𝘵𝘰 𝘪𝘮𝘱𝘳𝘦𝘤𝘪𝘴𝘢𝘵𝘰 𝘭𝘶𝘯𝘨𝘰 𝘶𝘯𝘢 𝘴𝘵𝘳𝘢𝘥𝘢 𝘥𝘪 𝘶𝘯𝘢 𝘢𝘯𝘰𝘯𝘪𝘮𝘢 𝘤𝘪𝘵𝘵𝘢̀. 𝘚𝘶𝘭𝘭𝘰 𝘴𝘧𝘰𝘯𝘥𝘰 𝘶𝘰𝘮𝘪𝘯𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘢𝘳𝘭𝘢𝘯𝘰 𝘦 𝘴𝘪 𝘤𝘰𝘱𝘳𝘰𝘯𝘰 𝘤𝘰𝘭 𝘤𝘢𝘱𝘱𝘶𝘤𝘤𝘪𝘰 𝘥𝘦𝘪 𝘭𝘰𝘳𝘰 𝘱𝘪𝘶𝘮𝘪𝘯𝘪 𝘱𝘦𝘳 𝘳𝘪𝘱𝘢𝘳𝘢𝘳𝘴𝘪 𝘥𝘢𝘭 𝘧𝘳𝘦𝘥𝘥𝘰 𝘱𝘶𝘯𝘨𝘦𝘯𝘵𝘦.

𝘐𝘯 𝘱𝘳𝘪𝘮𝘰 𝘱𝘪𝘢𝘯𝘰 𝘶𝘯 𝘨𝘪𝘰𝘷𝘢𝘯𝘦: 𝘥𝘢𝘪 𝘭𝘪𝘯𝘦𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘱𝘰𝘵𝘳𝘦𝘣𝘣𝘦 𝘢𝘷𝘦𝘳𝘦 𝘥𝘪𝘤𝘪𝘰𝘵𝘵𝘰, 𝘥𝘪𝘤𝘪𝘢𝘯𝘯𝘰𝘷𝘦 𝘢𝘯𝘯𝘪. 𝘉𝘦𝘷𝘦 𝘶𝘯 𝘵𝘩𝘦 𝘤𝘢𝘭𝘥𝘰 𝘦 𝘮𝘢𝘯𝘨𝘪𝘢 𝘣𝘰𝘤𝘤𝘰𝘯𝘪 𝘥𝘪 𝘶𝘯𝘢 𝘧𝘰𝘤𝘢𝘤𝘤𝘪𝘢 𝘨𝘪𝘢𝘭𝘭𝘢, 𝘮𝘢 𝘪 𝘴𝘪𝘯𝘨𝘩𝘪𝘰𝘻𝘻𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘭𝘰 𝘴𝘤𝘶𝘰𝘵𝘰𝘯𝘰  𝘨𝘭𝘪 𝘧𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘪𝘯𝘵𝘦𝘳𝘳𝘰𝘮𝘱𝘦𝘳𝘦 𝘲𝘶𝘦𝘭 𝘱𝘢𝘴𝘵𝘰 𝘧𝘳𝘶𝘨𝘢𝘭𝘦. 𝘓𝘶𝘪 𝘴𝘢𝘳𝘦𝘣𝘣𝘦 “𝘭'𝘢𝘨𝘨𝘳𝘦𝘴𝘴𝘰𝘳𝘦”; 𝘶𝘯 𝘢𝘨𝘨𝘳𝘦𝘴𝘴𝘰𝘳𝘦 𝘣𝘢𝘮𝘣𝘪𝘯𝘰, 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘪 𝘮𝘢𝘯𝘨𝘪𝘢 𝘢𝘯𝘤𝘰𝘳𝘢 𝘭𝘦 𝘶𝘯𝘨𝘩𝘪𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘥𝘪𝘵𝘢, 𝘳𝘪𝘥𝘰𝘵𝘵𝘦 𝘰𝘳𝘮𝘢𝘪 𝘢 𝘶𝘯 𝘯𝘶𝘭𝘭𝘢. 𝘘𝘶𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘥𝘪𝘵𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘴𝘵𝘢𝘵𝘦 𝘤𝘰𝘴𝘵𝘳𝘦𝘵𝘵𝘦 𝘢 𝘵𝘦𝘯𝘦𝘳𝘦 𝘴𝘶 𝘶𝘯 𝘒𝘢𝘭𝘴𝘩𝘯𝘪𝘬𝘰𝘷 𝘦 𝘢 𝘱𝘳𝘦𝘮𝘦𝘳𝘦 𝘶𝘯 𝘨𝘳𝘪𝘭𝘭𝘦𝘵𝘵𝘰. 𝘊𝘩𝘪𝘴𝘴𝘢̀ 𝘴𝘦 𝘭𝘰 𝘩𝘢 𝘮𝘢𝘪 𝘧𝘢𝘵𝘵𝘰.

𝘈 𝘴𝘶𝘰 𝘧𝘪𝘢𝘯𝘤𝘰 𝘶𝘯𝘢 𝘨𝘪𝘰𝘷𝘢𝘯𝘦 𝘥𝘰𝘯𝘯𝘢, 𝘪 𝘤𝘢𝘱𝘦𝘭𝘭𝘪 𝘵𝘪𝘯𝘵𝘪 𝘥𝘪 𝘣𝘭𝘶 𝘦 𝘶𝘯 𝘧𝘦𝘳𝘮𝘢𝘤𝘢𝘱𝘦𝘭𝘭𝘪 𝘨𝘪𝘢𝘭𝘭𝘰, 𝘪 𝘤𝘰𝘭𝘰𝘳𝘪 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘶𝘢 𝘱𝘢𝘵𝘳𝘪𝘢 𝘪𝘯𝘷𝘢𝘴𝘢: 𝘶𝘯 𝘱𝘪𝘳𝘤𝘪𝘯𝘨 𝘢𝘭 𝘯𝘢𝘴𝘰 𝘦𝘥 𝘶𝘯 𝘵𝘢𝘵𝘶𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰 𝘴𝘶𝘭𝘭𝘢 𝘮𝘢𝘯𝘰, 𝘭𝘦 𝘶𝘯𝘨𝘩𝘪𝘦 𝘣𝘦𝘯 𝘤𝘶𝘳𝘢𝘵𝘦, 𝘥𝘶𝘦 𝘢𝘯𝘦𝘭𝘭𝘪; 𝘤𝘩𝘪𝘴𝘴𝘢̀ , 𝘧𝘰𝘳𝘴𝘦 𝘭𝘦𝘪 𝘦̀ 𝘴𝘱𝘰𝘴𝘢 𝘢 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘤𝘶𝘯𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘵𝘦𝘴𝘴𝘢 𝘦𝘵𝘢̀ 𝘰 𝘨𝘪𝘶̀ 𝘥𝘪 𝘭𝘪 𝘥𝘪 𝘤𝘩𝘪 𝘩𝘢 𝘵𝘳𝘦𝘮𝘢𝘯𝘵𝘦 𝘢 𝘧𝘪𝘢𝘯𝘤𝘰. 𝘓𝘦𝘪 𝘦̀ 𝘭𝘢 “𝘯𝘦𝘮𝘪𝘤𝘢”.

𝘓𝘢 𝘯𝘦𝘮𝘪𝘤𝘢 𝘤𝘩e 𝘰𝘳𝘢 𝘴𝘵𝘢 𝘰𝘧𝘧𝘳𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘶𝘯 𝘱𝘢𝘴𝘵𝘰 𝘤𝘢𝘭𝘥𝘰 𝘦𝘥 𝘶𝘯 𝘤𝘦𝘭𝘭𝘶𝘭𝘢𝘳𝘦 𝘢𝘭 𝘴𝘶𝘰 𝘯𝘦𝘮𝘪𝘤𝘰, 𝘦 𝘭𝘰 𝘵𝘪𝘦𝘯𝘦 𝘥𝘢𝘷𝘢𝘯𝘵𝘪 𝘱𝘦𝘳 𝘭𝘶𝘪, 𝘤𝘰𝘴𝘪̀ 𝘤𝘩𝘦 𝘪𝘭 𝘨𝘪𝘰𝘷𝘢𝘯𝘦 𝘱𝘰𝘴𝘴𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘪𝘯𝘶𝘢𝘳𝘦 𝘢 𝘮𝘢𝘯𝘨𝘪𝘢𝘳𝘦 𝘦 𝘢 𝘣𝘦𝘳𝘦 𝘮𝘦𝘯𝘵𝘳𝘦 𝘪𝘯𝘪𝘻𝘪𝘢 𝘶𝘯𝘢 𝘷𝘪𝘥𝘦𝘰𝘤𝘩𝘪𝘢𝘮𝘢𝘵𝘢 𝘤𝘰𝘯 𝘭𝘢 𝘮𝘢𝘥𝘳𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘳𝘢𝘨𝘢𝘻𝘻𝘰.

𝘐 𝘴𝘪𝘯𝘨𝘩𝘪𝘰𝘻𝘻𝘪 𝘴𝘪 𝘧𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘪𝘯𝘴𝘪𝘴𝘵𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘲𝘶𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘪𝘭 𝘤𝘰𝘭𝘭𝘦𝘨𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘤𝘰𝘯 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘤𝘶𝘯𝘰 𝘥𝘢𝘭𝘭'𝘢𝘭𝘵𝘳𝘢 𝘱𝘢𝘳𝘵𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭'𝘌𝘶𝘳𝘰𝘱𝘢 𝘪𝘯𝘪𝘻𝘪𝘢, 𝘦 𝘭𝘦𝘪 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘷𝘰𝘭𝘵𝘦 𝘱𝘢𝘴𝘴𝘢 𝘪𝘴𝘵𝘪𝘯𝘵𝘪𝘷𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘶𝘯𝘢 𝘮𝘢𝘯𝘰 𝘴𝘶𝘭 𝘤𝘢𝘱𝘰 𝘥𝘦𝘭 𝘳𝘢𝘨𝘢𝘻𝘻𝘰,  𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘧𝘰𝘳𝘵𝘢𝘳𝘭𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘦̀ 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘧𝘪𝘯𝘪𝘵𝘰, 𝘤𝘩𝘦 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘷𝘢 𝘣𝘦𝘯𝘦.

𝘘𝘶𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘭𝘢 𝘷𝘪𝘥𝘦𝘰𝘤𝘩𝘪𝘢𝘮𝘢𝘵𝘢 𝘪𝘯𝘪𝘻𝘪𝘢 𝘪𝘭 𝘳𝘢𝘨𝘢𝘻𝘻𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘤𝘦 𝘭𝘢 𝘧𝘢, 𝘦 𝘴𝘤𝘰𝘱𝘱𝘪𝘢 𝘢 𝘱𝘪𝘢𝘯𝘨𝘦𝘳𝘦, 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘳𝘪𝘶𝘴𝘤𝘪𝘳𝘦 𝘢 𝘱𝘢𝘳𝘭𝘢𝘳𝘦; 𝘦𝘥 𝘦̀ 𝘭𝘢 𝘳𝘢𝘨𝘢𝘻𝘻𝘢, 𝘭𝘢 “𝘯𝘦𝘮𝘪𝘤𝘢”, 𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘳𝘦𝘴𝘵𝘢 𝘢𝘭 “𝘯𝘦𝘮𝘪𝘤𝘰” 𝘭𝘢 𝘷𝘰𝘤𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘤𝘰𝘯𝘧𝘰𝘳𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘶𝘯𝘢 𝘮𝘢𝘥𝘳𝘦 𝘥𝘪𝘴𝘱𝘦𝘳𝘢𝘵𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘷𝘦𝘥𝘦 𝘴𝘶𝘰 𝘧𝘪𝘨𝘭𝘪𝘰 𝘱𝘳𝘪𝘨𝘪𝘰𝘯𝘪𝘦𝘳𝘰 𝘪𝘯 𝘶𝘯𝘢 𝘵𝘦𝘳𝘳𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘶𝘢: “𝘕𝘢𝘵𝘢𝘴𝘩𝘢, 𝘴𝘵𝘢𝘪 𝘵𝘳𝘢𝘯𝘲𝘶𝘪𝘭𝘭𝘢, 𝘵𝘶𝘰 𝘧𝘪𝘨𝘭𝘪𝘰 𝘦̀ 𝘷𝘪𝘷𝘰, 𝘴𝘵𝘢 𝘣𝘦𝘯𝘦.” 𝘘𝘶𝘦𝘭 𝘧𝘪𝘨𝘭𝘪𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘤𝘢𝘱𝘢𝘤𝘦 𝘯𝘦𝘱𝘱𝘶𝘳𝘦 𝘥𝘪 𝘱𝘢𝘳𝘭𝘢𝘳𝘦, 𝘮𝘢 𝘴𝘰𝘭𝘰 𝘥𝘪 𝘢𝘤𝘤𝘰𝘴𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘭𝘦 𝘥𝘪𝘵𝘢 𝘵𝘳𝘦𝘮𝘢𝘯𝘵𝘪 𝘢𝘭𝘭𝘦 𝘭𝘢𝘣𝘣𝘳𝘢 𝘦 𝘴𝘰𝘧𝘧𝘪𝘢𝘳𝘦 𝘶𝘯 𝘮𝘪𝘯𝘶𝘴𝘤𝘰𝘭𝘰 𝘣𝘢𝘤𝘪𝘰 𝘢𝘵𝘵𝘳𝘢𝘷𝘦𝘳𝘴𝘰 𝘭'𝘦𝘵𝘦𝘳𝘦.

𝘐𝘯 𝘶𝘯 𝘮𝘰𝘯𝘥𝘰 𝘯𝘰𝘳𝘮𝘢𝘭𝘦 𝘲𝘶𝘦𝘪 𝘥𝘶𝘦 𝘨𝘪𝘰𝘷𝘢𝘯𝘪 𝘢𝘷𝘳𝘦𝘣𝘣𝘦𝘳𝘰 𝘱𝘰𝘵𝘶𝘵𝘰 𝘴𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘴𝘦𝘥𝘶𝘵𝘪 𝘪𝘯 𝘶𝘯 𝘱𝘶𝘣, 𝘢 𝘴𝘰𝘳𝘴𝘦𝘨𝘨𝘪𝘢𝘳𝘦 𝘣𝘪𝘳𝘳𝘢 𝘦 𝘢 𝘱𝘢𝘳𝘭𝘢𝘳𝘦 𝘢𝘴𝘴𝘪𝘦𝘮𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘳𝘪𝘴𝘱𝘦𝘵𝘵𝘪𝘷𝘰 𝘧𝘶𝘵𝘶𝘳𝘰, 𝘥𝘦𝘪 𝘭𝘰𝘳𝘰 𝘴𝘰𝘨𝘯𝘪, 𝘥𝘦𝘪 𝘭𝘰𝘳𝘰 𝘢𝘮𝘰𝘳𝘪. 𝘌 𝘪𝘯𝘷𝘦𝘤𝘦 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘴𝘵𝘢𝘵𝘪 𝘤𝘰𝘴𝘵𝘳𝘦𝘵𝘵𝘪 𝘢𝘥 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘯𝘦𝘮𝘪𝘤𝘪... 𝘧𝘪𝘯𝘰 𝘢 𝘤𝘪𝘯𝘲𝘶𝘦 𝘮𝘪𝘯𝘶𝘵𝘪 𝘧𝘢. 𝘍𝘪𝘯𝘰 𝘢 𝘲𝘶𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘭'𝘶𝘮𝘢𝘯𝘪𝘵𝘢̀ 𝘤𝘩𝘦 𝘦̀ 𝘪𝘯 𝘭𝘰𝘳𝘰 𝘩𝘢 𝘷𝘪𝘯𝘵𝘰 𝘭𝘢 𝘱𝘢𝘶𝘳𝘢 𝘦 𝘭𝘢 𝘧𝘰𝘭𝘭𝘪𝘢 𝘪𝘴𝘵𝘪𝘭𝘭𝘢𝘵𝘢 𝘥𝘢𝘪 𝘥𝘪𝘵𝘵𝘢𝘵𝘰𝘳𝘪, 𝘧𝘪𝘯𝘰 𝘢 𝘲𝘶𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘭'𝘢𝘮𝘰𝘳𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘭'𝘢𝘭𝘵𝘳𝘰 𝘩𝘢 𝘱𝘪𝘦𝘨𝘢𝘵𝘰 𝘭'𝘰𝘥𝘪𝘰.

𝘘𝘶𝘢𝘯𝘵𝘦 𝘴𝘤𝘦𝘯𝘦 𝘴𝘪𝘮𝘪𝘭𝘪 𝘢 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘢  𝘥𝘰𝘷𝘳𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘢𝘯𝘤𝘰𝘳𝘢 𝘢𝘤𝘤𝘢𝘥𝘦𝘳𝘦 𝘱𝘳𝘪𝘮𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘭𝘢 𝘧𝘰𝘭𝘭𝘪𝘢, 𝘪𝘭 𝘤𝘪𝘯𝘪𝘴𝘮𝘰, 𝘭'𝘦𝘨𝘰𝘪𝘴𝘮𝘰 𝘥𝘪 𝘢𝘭𝘤𝘶𝘯𝘪 𝘷𝘦𝘯𝘨𝘢 𝘴𝘱𝘢𝘻𝘻𝘢𝘵𝘰 𝘷𝘪𝘢 𝘥𝘢𝘭𝘭'𝘢𝘮𝘰𝘳𝘦?

“𝑬𝒈𝒍𝒊 𝒔𝒂𝒓𝒂̀ 𝒈𝒊𝒖𝒅𝒊𝒄𝒆 𝒇𝒓𝒂 𝒎𝒐𝒍𝒕𝒊 𝒑𝒐𝒑𝒐𝒍𝒊, 𝒂𝒓𝒃𝒊𝒕𝒓𝒐 𝒇𝒓𝒂 𝒏𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊 𝒑𝒐𝒕𝒆𝒏𝒕𝒊 𝒆 𝒍𝒐𝒏𝒕𝒂𝒏𝒆. 𝑫𝒂𝒍𝒍𝒆 𝒍𝒐𝒓𝒐 𝒔𝒑𝒂𝒅𝒆 𝒇𝒂𝒃𝒃𝒓𝒊𝒄𝒉𝒆𝒓𝒂𝒏𝒏𝒐 𝒗𝒐̀𝒎𝒆𝒓𝒊, 𝒅𝒂𝒍𝒍𝒆 𝒍𝒐𝒓𝒐 𝒍𝒂𝒏𝒄𝒆, 𝒓𝒐̀𝒏𝒄𝒐𝒍𝒆; 𝒖𝒏𝒂 𝒏𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒂𝒍𝒛𝒆𝒓𝒂̀ 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒍𝒂 𝒔𝒑𝒂𝒅𝒂 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒓𝒐 𝒍’𝒂𝒍𝒕𝒓𝒂 𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒊𝒎𝒑𝒂𝒓𝒆𝒓𝒂𝒏𝒏𝒐 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒍𝒂 𝒈𝒖𝒆𝒓𝒓𝒂.” (𝑴𝒊𝒄𝒉𝒆𝒂 4:3)

Marco




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venerdì 22 ottobre 2021

Chiamati a pregare per le autorità | 22 Ottobre 2021 |

Mia nonna Ida mi diceva: “Sai, Marco, il bello di diventare vecchi è che ci si commuove sempre più spesso.” A me succede ormai con frequenza preoccupante (segno che davvero sto invecchiando!) e per cose che un tempo non mi avrebbero fatto provare alcunché di particolare.

Oggi mi è accaduto nel vedere una giovane donna indossare una fascia tricolore, e giurare di servire fedelmente la Costituzione. Era  il giuramento della sindaca della mia cittadina, ed era la prima volta che vedevo una cosa simile (grazie alla prima diretta streaming ufficiale della storia di Montefiascone!!!).

Non c'è nulla di personale, non faccio politica e non sono schierato con nessuna  delle due parti che si sono affrontate all elezioni, e sarei stato commosso da qualsiasi persona fosse stata scelta durante la tornata elettorale; perché, come credente, so quanto sia importante quel giuramento, e quanto la sua osservanza o meno avrà ricadute sulla città dove vivo, su me stesso e sulla comunità di credenti in cui sono stato chiamato a servire.

Come credente so che  Paolo nella sua lettera ai Romani mi dice: “Ubbidite alle autorità, perché è Dio che le ha stabilite; non c'è n'è uno che Dio stesso non abbia messo al potere.” (Romani 13:1 PV). 

E so anche che mi chiede di pregare per loro: “Pregate per i re e per tutti quelli che sono al potere affinché possiamo vivere in pace una vita serena, dedicata al Signore e onesta.” (1 Timoteo 2:2 PV)

Ma,  un attimo! Paolo parlava ai credenti, e chiedeva preghiere per dei dittatori? Quale logica c'è nella sua affermazione?  La logica, se si guarda bene, è davvero ovvia: Paolo stava chiedendo ai credenti di pregare perché, anche se erano governati da un re, le sue decisioni fossero sagge. E, purtroppo, non sempre le preghiere arrivavano a destinazione!

Noi viviamo in una democrazia: incompleta, inefficace, imperfetta... ma sempre democrazia è! Dove non c'è un re, ma un “parlamento”, un “consiglio”, un luogo dove le decisioni sono frutto di un dialogo tra parti opposte, maggioranza ed opposizione, le quali, ognuna per parte sua, ha un piano per il benessere della città che governa o che avrebbe voluto governare.

Stamattina mi risuonavano in testa le parole di nonna Ida: “Sai, Marco, il bello - e diceva "bello" - di diventare vecchi è che ci si commuove sempre più spesso.” E scoprivo che è bello commuoversi perché la mia città ha una maggioranza ed una opposizione... e perché io sono chiamato a pregare per entrambe le parti, affinché ci sia equilibrio, controllo, prospettiva.

Non solo a pregare: ma ad agire, io per primo, in amore verso la mia città e chi la vive, perché “amare non è un sentimento, ma una azione.”

Come pastore ho augurato al nostro governo cittadino, maggioranza ed opposizione, di operare per il meglio della nostra città.

Ma, come credente, sono chiamato a pregare per tutti loro.

Marco 

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venerdì 20 agosto 2021

Semplificando un mondo complesso | 20 Agosto 2021 |

Ha fatto molto scalpore il rave organizzato a cavallo di ferragosto in provincia di Viterbo, raggiungendo
anche importanza nazionale, con tanto di interrogazioni parlamentari da parte di vari esponenti politici.

Il rave, o meglio, il Teknival (usando il termine più tecnico che descrive l'evento di molti giorni basato sulla musica tekno) svoltosi in prossimità del lago di Mezzano durante questa torrida estate è l'esempio lampante di come oramai la società ed i  vari strati che la compongono, sentano la necessità di semplificare situazioni di per se ben più complesse, a tutto favore delle proprie posizioni facendole divenire di volta in volta la posizione più giusta rispetto alle altre a seconda dell'interlocutore con cui si parla o che commenta l'accaduto.

Il fatto: una imprecisata quantità di persone (i numeri citati dai media vanno dai 4.000 ai 15.000, ma stime ufficiali non se ne hanno) occupa un campo agricolo dove il raccolto è già stato effettuato per una sette giorni di musica tecno gratuita. La carovana è completamente autosufficiente; elettricità, cibo, acqua, ombreggiamento, tende, persino negozi, fast food e centri di soccorso per eventuali abusi alcoolici o di droghe al suo interno ne fanno una entità completamente autonoma.

La prospettiva semplificata dei ravers è quella di avere una aggregazione svincolata dalle regole del mondo consumistico; nessun diritto d'autore da pagare alle major (la musica tekno solo raramente è registrata alla SIAE o agli equivalenti esteri), nessun biglietto d'ingresso, poche regole non scritte,  tanta musica e libertà. Figlio del movimento hippie degli anni 70, il teknival è la massima espressione per chi  vi partecipa del rifiuto ad una società opprimente. 

La semplificazione risiede nel fatto che la società individua come reati gran parte delle azioni fatte per organizzare e all'interno del rave: occupazione illecita, mancati diritti per la musica (anche per la musica autoprodotta ci vuole la liberatoria SIAE), cessione di sostanze psicotrope, e quant'altro. Ma per loro la prospettiva giusta (e forse ricercata) è proprio quella: uno schiaffo in faccia alla società moderna e l'affermazione anarchica della libertà dell'individuo.

La prospettiva dei proprietari del terreno è differente: vedono l'occupazione di un campo, anche se non adibito a nulla al momento, come una grave violazione della proprietà privata, lamentando danni (reali o supposti) alle strutture.

La semplificazione risiede nell'addossare l'intera colpa dell'accaduto alle istituzioni che non hanno tutelato la proprietà privata, lasciando che si costruisse l'accampamento senza vigilare e senza fermarlo agli albori, chiedendo l'intervento dello Stato per riappropriarsi di quanto è loro e ventilando la richiesta di eventuali risarcimenti a danni avuti.

La prospettiva delle popolazioni e degli amministratori locali è differente: temono che l'economia locale possa essere danneggiata dalla presenza del limitrofo rave, scoraggiando eventuali visitatori dal passare per le loro località con la paura di essere coinvolti a qualche titolo con i ravers, e di doversi sobbarcare le spese per il ripristino del luogo utilizzato.

La semplificazione sta nel vedere contaminato il proprio spazio dalla sola vicinanza con il teknival (di per se autosufficiente) anche dalla sola presenza in città di qualche componente che ne è uscito per comperare qualcosa che manca, chiedendo si sgomberi immediatamente il luogo per far cessare al più presto la cattiva fama del luogo.

La prospettiva delle forze dell'ordine è a sua volta differente: non si può sgomberare diecimila persone tutte assieme senza creare un danno maggiore dell'evento in se.

La semplificazione sta nel non capire che chi guarda da fuori, ogni giorno costretto alle mille regole di uno Stato impositivo, mal sopporta il vedere che la violazione di così tante norme di legge non frutti a chi le perpetra neppure una mera denuncia, e che reati per i quali i singoli verrebbero severamente puniti vengano lasciati andare per via della massa enorme che li commette.

La prospettiva del mondo dei social è ulteriormente differente: c'è chi si schiera apertamente contro (con un gradiente che va dal “biricchini” al “usiamo il napalm”), chi invece a favore (anche qui con vari gradienti dal “sono solo giovani” al “lottiamo contro questa società”).


La semplificazione sta nel richiedere o non richiedere interventi sulla base di un preconcetto personale culturale, senza essere in nessun modo coinvolti nell'evento né conoscendone realmente origini, termini ed evoluzioni.

Il mondo che abbiamo costruito è molto più complesso di quello che possa apparire guardandolo sommariamente dal proprio punto di vista, e si basa su una serie infinita di azioni sociali, ognuna di esse più o meno valida in se ma che spesso cozza quando va ad interagire con le altre.

Quello che risalta, tuttavia, è l'insofferenza reciproca di ciascuna prospettiva rispetto alle altre, dove la propria viene vista come l'unica e sola degna di essere universalmente accettata a discapito di ciascuna delle altre (i “rigurgiti” di odio social nei due sensi sono lì a dimostrarlo).

Il limite della società che abbiamo costruito sta proprio in questo: semplificare situazioni complesse a favore del proprio utile (reale o morale) con l'egoismo di voler veder prevalere il proprio sugli altri. 

Un atteggiamento un po' “talebano”, su cui società e stato dovrebbero riflettere, in nome della coesistenza e del reciproco rispetto. 

In realtà, una prospettiva diversa con la quale strutturare la società, fondendo il rispetto reciproco nella accettazione delle differenze, esiste già sin dalla creazione:

"Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso. Io sono il SIGNORE." (Levitico 19:18)

ribadito da Gesù quando ci ha affidato il Grande Comandamento:

"Ama il tuo prossimo come te stesso." (Matteo 22:39)

L'amore per il prossimo è quello che impedisce di semplificare a nostro favore il mondo, ma chiede il rispetto reciproco, a cui Paolo ci esorta in Filippesi:

"Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso, cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri." (Filippesi 2:3-4)

Tale prospettiva, purtroppo, non si è mai avverata nel mondo né antico né moderno: ma ciò non ci esime, come credenti, dall'applicarla per parte nostra.

Marco

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lunedì 8 marzo 2021

Sanremo e la "trivializzazione" a tutti i costi dei simboli, in nome del "politically (s)correct" | 8 Marzo 2021 |

A Sanremo è andato in onda un "duetto" tra il cantante Achille Lauro (noto ai più per il suo modo irriverente e provocatorio di condire le sue esibizioni) e lo showman Rosario Fiorello (generalmente più misurato nei suoi interventi), costituito da quello che Lauro definisce "quadro" dove una sorta di angelo omosex ruota attorno ad una inquietante figura in total black, con tanto di rossetto nero. Ciliegina sulla torta, una evidente corona di spine... ovviamente nere. Da molte parti l'esibizione è stata fortemente criticata.
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Non guardo Sanremo da almeno trenta anni, se non per qualche minuto "zappando" da un canale all'altro, per cui ciò che ricevo da esso non è in forma diretta ma attraverso il "rimbalzo mediatico" su altri media. 

Alla mia età ormai non mi scandalizzo più di nulla, e sinceramente non mi importa un fico secco se il "servizio pubblico" (che ormai non è pubblico da decenni, ma asservito a sponsor e major di vario genere... il canone serve solo per "contentino", mica per reggere la baracca) faccia informazione o disinformazione, se promuova o meno teorie strampalate, lobby più o meno potenti e quant'altro.

Ma non posso non rimanere amareggiato che un professionista che stimo (o, dovrei dire, stimavo?) come Rosario Fiorello si presti ad offendere simboli che identificano una cultura, un popolo, una fede che convolge miliardi di persone nel mondo. Qualsiasi essa sia. 

Lo dico non perché mi senta offeso perché sono cristiano; avrei detto lo stesso se si fosse presentato vestito da ayatollah, o da bonzo, o da sik, o da qualsiasi altra cosa che identifichi una fede, una filosofia, un movimento di pensiero.

Ma lo dico perché la testa ( ancorché coronata di spine) di Fiorello non è neppure stata sfiorata dal pensiero che quel simbolo, trivializzato e asservito ad uno spettacolo serale (non spetta a me dire se bello o brutto, non lo ho visto e non lo voglio vedere), sia uno di quei simboli che portano alla persecuzione e sovente alla morte milioni di persone nel mondo.

Per poter ricordare quella persona coronata di spine, tra qualche settimana, milioni di miei frateli e sorelle in Cristo sfideranno lo scherno, la riprovazione, il carcere, le frustate, la lapidazione, la morte...

Spero vivamente che l'uomo Fiorello (non l'artista) possa riflettere sui simboli... e magari scusarsi.

Marco

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venerdì 10 luglio 2020

Sfiorare la vita con ali di farfalla. Il mio personale ricordo di Mario Lozzi | 10 Luglio 2020 |

Mario Lozzi, o più semplicemente "don Mario" per la gran parte dei montefiasconesi, è stato, oltre che parroco, storiografo, poeta, saggista, drammaturgo dialettale, studioso degli etruschi; una figura, come si suol dire, "a tutto tondo" della città di Montefiascone. Lasciato l'abito, si era trasferito da anni a Velletri assieme alla sua sposa. La sua scomparsa lascia un vuoto nella storia della nostra cittadina. A lui voglio dedicare il mio personale ricordo, e la mia gratitudine per quello che ha significato sia per me che per molti della mia età.
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Se raccontassi di essere stato un tuo grande amico, o di conoscerti a fondo, sarei un bugiardo. La mia frequentazione con te è stata di appena dieci mesi, quanti ce ne sono in un anno scolastico. Ma esistono persone “speciali” che trasformano la vita di altri solamente sfiorandola con ali di farfalla, e la fanno librare più in alto. Questo è il tuo caso, Mario... anzi, don Mario.

Ti ho incontrato sui banchi di scuola, io studente in profonda crisi di fede, e tu insegnante di religione. Un insegnante “scomodo”, non di quelli a cui ero abituato, che ti fanno un po' divertire e un po' ti leggono il catechismo, ma che sfidano te e i tuoi quattordici anni a metterti in gioco, a capire se davvero tu credi in qualcosa, oppure lo fai solo perché mamma e papà ti hanno portato in chiesa qualche domenica della tua breve vita.

Un insegnante che ti dice: “Nun comprà 'l libro de' testo, quello adè pe' chi nun vole sapè: leggete que 'nvece si tu vòe capì 'ndo sèe cor Signore...”, porgendoti un piccolo libro scritto in caratteri minuti e dalle pagine sottilissime... come ali di farfalla.

La mia prima Bibbia è arrivata così nelle mie mani: “Loède, Marcolì, si tu nun sae da 'ndò vène, nun sàe manco 'ndò vae. Legge, ma nu' lo legge solo coll'occhie, ma puramente col core, sinnò nun ce capisce gnente.”

Invece di essere un balsamo che leniva i miei dubbi, sei stato un acido che scopriva e metteva a nudo il mio io più profondo, togliendo strati di sedimenti culturali, spingendomi a leggere, studiare, meditare, a mettere in discussione le mie certezze accumulate negli anni, ma anche le mie nuove esperienze, a filtrarle attraverso il setaccio di una fede che non è mai statica ma che, come chi setaccia la farina prima di un impasto, la gira, la scuote, per far filtrare le parti più minute, lasciando sulla retìna quelle più grossolane, quelle che non vuoi finiscano nel tuo pane quotidiano, oppure quelle che stavi cercando e non trovavi più, disperse nella farina dell'anima.

Dopo quell'anno ti ho perso di vista; ho saputo che eri stato assegnato ad un paesino qua attorno, e che poi avevi scelto di posare la tua tonaca, e che ti eri sposato. Ho letto i tuoi libri, ho visto i video che talvolta comparivano qua e là sul web, e non ho mai dubitato che tu stessi continuando a setacciare la tua anima, alla ricerca delle parti più fini, o di quelle grossolane da mostrare e raccontare agli altri perché ne fossero consapevoli e potessero identificarcisi.

Se le ali di quella farfalla contenute in quel libro che mi donasti mi hanno portato dove sono adesso,  a fare ciò che faccio adesso, il merito è anche di quell'insegnante anomalo che hai saputo essere, e che ha sfiorato appena la mia giovinezza.

Grazie "don Mario", per essere stato te stesso, ed avermelo mostrato, affinché potessi  crescere cercando di avere il tuo medesimo approccio alla vita, come alla fede.  Prima o poi ci incontreremo di nuovo... e sarà bello riprendere quei discorsi fatti su un banco di scuola.

“Voi mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il vostro cuore; io mi lascerò trovare da voi...” Geremia 29:13-14


Marco
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sabato 14 dicembre 2019

Un presepe anomalo e reale in tempo di Avvento | 14 Dicembre 2019 |

Roma, inverno del 1982. Io sono là, per studiare. Le lezioni sono quasi finite, e io me la prendo comoda, e vado a zonzo tra le vie del lusso, per respirare un po' di festa: via Condotti, via del Corso, piazza di Spagna...

Non sono molto allegro; non mi capita spesso di esserlo da quando sono a Roma... troppo grande, troppo caotica... troppo, per uno di “paesetto” come me”. Intorno mi scorrono visi e voci di gente che si appresta a festeggiare... cosa? Forse neppure io lo so … a quel tempo la mia fede non era poi così solida. Scorro le vetrine ingombre di cose che non comprerò mai... sino a quando... la vedo! O forse è lei che vede me.

Due pupille nere, isole nel bianco di occhi affogati nel nero ancor più intenso di un viso africano. Lei guarda me... ed io lei, mentre allatta il suo bimbo, seduta fianco le macerie di una capanna arsa... Lei, loro, unici superstiti del villaggio, sterminato.

Mi guarda, dalla copertina di non so che rotocalco, appeso nella vetrina meno importante dell'edicola al Corso. Tra tutte le strenne, quella sera compero lei, o meglio, la sua voglia di parlarmi. Salgo sul 36, come sempre stracolmo di gente... ma è come se fossimo soli... Io, lei, quel bimbo, i suoi occhi...

Ricordo non dormii quella notte, stravolto da quello sguardo, dinanzi al quale mi sentivo inerme, schiacciato. Presi carta e penna e, come sempre, scrissi. Una poesia... ma poi perché? Cosa cambiava per lei e per il suo bimbo? Cosa cambiava per me? Ma l’unica cosa che potevo fare era scrivere... e pregare con la mia fede malferma d’allora.

Sono passati trentasette anni da quando scrissi quella poesia, di getto, tergendomi gli occhi mentre gli occhi di una donna africana, testimone del massacro del suo villaggio, mi trafiggevano l’anima, guardandomi dalle pagine di una rivista. In quel presepe anomalo e doloroso, lei era la sola protagonista assieme al figlio, e la sola superstite, assieme al figlio, di un massacro basato sull’odio tribale e sull’odio religioso.

Era come se lei mi vedesse, mentre io ero avvolto dalle luci festose del Natale di lì a venire: e io mi sentivo nudo nella mia opulenta ricchezza, nella mia attesa dell’Avvento, nelle mie compere natalizie per una gioia ostentata, raramente sentita nel profondo...

Mi sentivo inerme... L’unica cosa che potevo fare per lei, era dedicargli una poesia che non avrebbe mai letto... e che non le avrebbe riempito lo stomaco. Scrivere, e sperare che il mondo divenisse migliore.

Trentasette anni dopo, purtroppo, trovo lo stesso imbarazzo a festeggiare, sapendo che il mondo non è cambiato, che di quegli sguardi che penetrano e lacerano l’anima, di quei presepi anomali e dolorosi ce ne sono a miliardi nel mondo... E, ora come allora, torno a dedicargli parole e pensieri...

Ma anche se so che il mondo è lo stesso (forse un po’ più buio), io non voglio essere lo stesso di trentasette anni fa; per questo le dedico oltre alle mie preghiere, anche la mia testimonianza perché altri conoscano ciò che per l’opulento occidente è assolutamente trasparente, mai avvenuto, al massimo “effetto collaterale” o “lotta tribale”.

Lo faccio, ora come allora, durante l’Avvento, per ricordare a chi crede che Colui che festeggiamo, è venuto per quel presepe anomalo, non per il mio, non per i nostri; povero tra i poveri per riscattarli. Non per regalarci il benessere delle vetrine addobbate, ma per renderci testimoni attivi del Suo messaggio.

Amare non è un sentimento.

Amare è un’azione... e non solo a Natale.
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Mater Suavis


Roma, Via Gran Sasso - 9 dicembre 1982 h. 4,30 della notte

I

Protesa stancamente a un abbraccio
lebbroso, o mentre doni
le mammelle riarse al bimbo piangente
io ti vedo,
mater suavis,
e scruto le tue antiche e affaticate
pupille cercare nel tramonto
una speranza per quell’essere
stretto al tuo seno.
E vedo l’angoscia del giorno
riempire il tuo viso,
la speranza cadere dalle tue
vesti lacere;
e carezzare dolcemente
la tua creatura non sazia.
Madre soave, non avranno domani
più latte le tue grinzose mammelle,
né più sogni da donare
al querelante bimbo,
quand’egli chiederà (ingenuo)
il perché della vita.

II

Mille soli hanno rapito
la speranza alla mente,
né le fiabe conoscono più
le tue labbra bavose.
Hai visto figli scannati
come capre, immolati all’altare
del mondo e dell’odio,
il fumo dei villaggi arsi,
l’assenza non voluta, e per sempre,
di chi ti rese feconda.
Le tue stridenti e fragili ossa
hanno sopportato la verga del tempo,
e la frusta del duro lavoro,
e l’acido delle privazioni,
madre soave
che culli nella notte il bimbo
stringendolo al ventre,
mentre in veglia dolorosa
attendi senza gioia
che nasca un altro sole.

III

Eppure domani troverai nuovi miti
sottili e dolci,
pie bugie per illudere
il figlio prediletto,
nuove fiabe per rendere
meno aspro il giorno
e la notte ricca di mostri
e d’anime veglianti
al suo riposo.

IV

Mater suavis,
sia tu benedetta
quale immenso miracolo.
Non esistono lodi
per premiare
questo tuo santo ufficio.
L’unica ch’io conosca
è quella di stringermi idealmente a te
e di chiamarti MADRE!


---

Marco

PS: se volete saperne di più di quello che realmente succede nel mondo, vi suggerisco di visitare il sito di Porte Aperte.

PPS: la foto (usata con permesso dell'autore) è tratta dal sito Witnessimage.
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sabato 6 aprile 2019

Pomeriggio Cinque... ovvero “non so chi sono e in chi credo” | 6 Aprile 2019 |

E ci siamo di nuovo. Qualche giorno fa, per l'ennesima volta, un programma di largo ascolto delle reti Mediaset ha mandato in onda una "intervista" ad un pastore di una chiesa evangelica di Massa Carrara e a sua moglie.

Il motivo dell'intervista era contestare dei fatti "gravissimi" perpetrati dalla coppia; tipo, aver accettato un'auto in dono da una credente della chiesa, aver pregato sulla pancia di una ragazza incita perché il figlio nascesse senza malformazioni, e così via, di amenità in amenità!

Il teatrino era stato poi condito con la denuncia "anonima" di chi aveva scritto alla conduttrice Barbara D'Urso fatta a mo di intervista "in controluce" per non rivelare l'identità che denunciava, salvo apparire evidente che chi si faceva intervistare era un'attrice.

Il tutto condito (come nella migliore tradizione Mediaset) da musiche horror, sottopancia con scritte tipo "sedicente santone... organizzerebbe "messe". Addirittura l'inviata raccontava che (SCANDALO!) il "santone" osava organizzare dei battesimi in mare!

C'è una sottile strategia alla base di tutti gli attacchi mediatici da parte di Mediaset contro le chiese evangeliche in Italia? Negli ultimi quattro mesi, sia Le Iene, sia Striscia la Notizia, e ora anche Pomeriggio Cinque, hanno "confezionato" dei servizi nella maniera più aggressiva e tendenziosa possibile contro gli evangelici. Diceva Agatha Christie: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova».

Siamo davvero così pericolosi??? Probabilmente... anzi sicuramente LO SIAMO, perché non vogliamo piegarci al "politicamente corretto", ovvero dire quello che gli altri si aspettano che noi diciamo circa il sesso, la famiglia, l'accoglienza, la fede.

Cosa dovremmo fare? Tacere? Indignarci? Denunciare? Vi propongo, attraverso la lettera che ho inviato a Barbara D'Urso, una terza opzione: pregare per lei e per quelli come lei: "Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano." (Matteo 5:44)

---

 Cara  Barbara D'Urso,   

  mi ha molto colpito il servizio che hai mandato in onda su Pomeriggio 5 qualche giorno fa circa il “pastore e la pastora” di Massa Carrara che circonverrebbero le persone facendosi regalare auto lussuose. 

  Anche io, al pari di quell'uomo che è stato accusato di utilizzare Dio per i propri bassi interessi personali, sono un “pastore”, ovvero faccio parte di quella minutissima schiera di gente che passa la vita a servire quel minutissimo 1% di persone in Italia che credono in Cristo ma non sono cattoliche come te.  

  Facendone parte, posso ammettere che, spesso, ci facciamo “male da soli”, credendo di vivere in una nazione dove ognuno viene rispettato per chi è e non per il gruppo etnico, sociale o religioso di cui fa parte; è cosi solo se sei parte di un gruppo etnico, sociale o religioso che “va di moda”. Bisogna essere “gender fluid”,  “politically correct” e quant’altra parola inglese  definisca una cosa che va bene per questo momento storico per ottenere quel rispetto. I tuoi programmi ne sono pieni Barbara e, intendi, fai bene il tuo mestiere, perché è quello che richiede l'audience. 

  Crediamo che saremo in grado di spiegare il perché spesso lasciamo tutto (lavoro, ricchezza, vita agiata) per seguire le persone che vengono da noi in cerca delle risposte che non trovano nel mondo; così come ha fatto Paolo, il pastore che hai avuto in trasmissione, la cui colpa è quella di aver accettato (forse ingenuamente) di ricevere un’auto che gli veniva offerta (perché non ne aveva una).

  Ed essendo abituati a rispettare gli altri, non urliamo sulle parole di chi ci accusa, non ci “wannamarchizziamo”, non urliamo nel microfono per non far ascoltare nulla di quello che dice l'altro, ma attendiamo il nostro turno, sopportiamo pure le “faccine strane” e gli occhi strabuzzati quando, ad esempio, la nostra intervistatrice ci chiama  “il pastore e la pastora” (la foto del post ne è un’esempio).

   Attendiamo, sicuri che ci daranno la possibilità di spiegare e di spiegarci. E sbagliamo. 

   Non sono tanto  le accuse verso il pastore Paolo a colpirmi,  ma la tua affermazioni circa il “parlare con Dio”, dove tu in sostanza dici  di non  avere familiarità con Gesù... seppure sei andata a Medjugorje in cerca di spiritualità. 

  Mi spiace davvero per te perché,  vedi , per avere familiarità con Gesù, bisogna pregare: stare con Lui, guardarlo, ascoltare la sua Parola, cercare di praticarla, parlare con Lui... una preghiera che si fa anche di strada.   

  Forse stai pensando, Barbara, che anche io sono  un “invasato” al pari del mio “collega” di Massa. Eppure dovresti conoscere quello che dico! 

  Dovresti. Essendo cattolica sarebbe un tuo obbligo: in quanto, la frase che hai letto sopra, quella scritta in corsivo, non sono stato io a pronunciarla, ma colui che, in un articolo di qualche tempo fa,  hai detto sogni di intervistare: sono, appunto, le parole del tuo Papa. 

  Vedi Barbara, tu sei cattolica, vai in pellegrinaggio a  Medjugorje, ma fai il tifo per la coppia omosex (che il Papa disapprova). Non parli con Gesù (parole tue, eh!) ma il Papa ti dice dovresti. Non preghi costantemente (sempre parole tu, eh!) ma il Papa dice che dovresti farlo anche in strada. 

  Cara Barbara, posso dirti che, come pastore,  ti voglio bene; così come lo voglio a quelle persone che arrivano nella mia chiesa disperate perché non sanno chi sono realmente, non sanno a chi o a cosa credere. Tu credi di aver capito, ma in realtà... chi segui, realmente?   

  Il pastore che hai distrutto in TV, sua moglie, io... noi sappiamo in chi credere e chi seguire...   

  E tu? 

  Prego che quel Gesù,  che persino il tuo Papa ti chiede di ascoltare, ti parli... e che tu lo possa sentire! 

Marco Delle Monache

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sabato 19 gennaio 2019

Quello che il Tapiro non dice... | 19 Gennaio 2019 |

Come corollario alla mia lettera inviata a Luca Abete circa il servizio sulla "setta" dei guaritori (che potrete leggere QUI), propongo  il video completo dell'incontro di Alessandro Maggi con Luca Abete di Striscia la Notizia, postato sul suo profilo Facebook di Alessandro, a beneficio soprattutto di chi non è un "affezionato" di questa piattaforma social.

Alessandro, tra l'altro, mi ha inviato in privato anche un altro video dove Abete, dopo aver ricevuto la preghiera per il suo (vero o supposto) mal di schiena, afferma che effettivamente la sua schiena va un po' meglio... salvo poi, a telecamere accese, dire che il dolore era rimasto. Non lo pubblico, ovviamente, per rispetto ad Alessandro: sarà caso mai lui a decidere se e quando pubblicarlo.

Se avrete la pazienza di vedere tutto il video, potrete realizzare come Abete non avesse alcuna voglia di capire ciò che Alessandro stesse facendo, e come più volte tenti di fagli dire che la preghiera può sostituire la medicina (parla più volte di "tumore" per fargli dire che la chemio non si deve fare, senza riuscirci), o di fargli ammettere che siano le sue mani a guarire. 

Alessandro, lodevolmente, ha mantenuto la calma e non è mai caduto nei tranelli di Abete, dando sempre merito a Gesù delle guarigioni, sottolineando che la vera guarigione non è quella del fisico (che puo' o non può accadere), ma quella dell'anima.

La chiosa del servizio (che non è andata in onda, cambiata  in fase di montaggio con altra per la puntata di Striscia), fa capire quali fossero i veri intenti di Abete: infatti, termina così:

"Noi rimaniamo un po' scettici, ma nel frattempo vi terremo aggiornati e magari torneremo a parlare ancora una volta di questa SETTA. Per il momento è tutto, da Striscia la Notizia, Luca Abete."

Chiaro, no?

Buon divertimento.




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Due pesi e due misure: lettera aperta a Luca Abete | 19 Gennaio 2019 |

Qualche giorno fa Striscia la Notizia ha mandato in onda due servizi, a firma Luca Abete, dove veniva "preso di petto" una persona, facente parte di un movimento evangelico denominato "Ministero Itinerante di Discepolato". Il "difetto", secondo Abete, di questa persona, è quello di organizzare visite presso abitazioni e pregare per la guarigione fisica delle persone.

Come di consueto, Striscia si è introdotto in una di queste sedute ed ha filmato di nascosto Alessandro Masi, una delle persone facenti parte di questo gruppo, mentre da la sua testimonianza di come sia stato chiamato dal Signore a pregare per le persone e sulle persone per la guarigione. Alessandro ha indicato la sua carta di credito e l'IBAN per le donazioni.

Da qui a dipingere questa persona come un "ciarlatano", e il suo movimento come una "setta", è stato tutt'uno.

Personalmente non conosco né questo movimento ne la persona che è stata "colta in fallo" da Abete, e pertanto non posso esprimere giudizi in merito alla validità o meno di ciò che viene mostrato nel servizio.

Ma ciò che mi ha stupito e stizzito, era la maniera con cui  Abete ha trattato un credente che stava facendo quello che Gesù ha chiesto di fare a ciascuno dei suoi discepoli: "Poi, chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire qualunque malattia e qualunque infermità." (Matteo 10:1)

In sostanza, Alessandro non avrebbe dovuto fare quello che faceva secondo Abete, che si è spinto anche a criticare il fatto che queste cose avvenivano anche dinanzi  a bambini (ma sssi! Cancelliamo la riga dove Gesù dice "Lasciate che i bambini vengano a me" dalle nostre bibbie, và!).

Il servizio mi è apparso così stonato, così tendenzioso, così costruito per screditare non solo Alessandro, ma con se tutto quel cristianesimo che non si rivolge alle statue per ottenere guarigione ma a Cristo, che, come ho già fatto altre volte, con l'Espresso, con le Iene, mi sono sentito di pubblicare sulla pagina di Abete questa nota.

---
"Caro Luca Abete, inizio questa mia lettera aperta col dirti che  apprezzo molto il tuo impegno sociale e il coraggio che metti nell'affrontare spesso situazioni pericolose per la tua stessa vita e nello smascherare coloro che si approfittano degli altri per puro vantaggio economico, ma...


 Ma permettimi di dirti che, i tuoi servizi di #StrisciaLaNotizia di qualche giorno fa circa il “sedicente guaritore” attraverso la sola preghiera, mi hanno stupito più di altri... e non in senso positivo.

 Mi presento: mi chiamo Marco e sono un pastore evangelico battista; e quel titolo “evangelico” mi accumuna, in qualche modo, con la persona che tu dici di aver smascherato come profittatore e truffatore; perché entrambi siamo cristiani, e perché entrambi non siamo cattolici.

 Non so se hai confezionato il servizio attraverso tue ricerche oppure se qualcuno te lo abbia segnalato:  supponi ora di ricevere domani una segnalazione di questo tipo:

Volevo segnalarti un altro caso eclatante di raggiro, dove si promettono guarigioni a fronte di preghiere e di elargizioni. E purtroppo ci sono migliaia di persone che sono divenute adepti di questo tizio.

Di solito gli adepti si riuniscono a Napoli in un posto vicino ai Quattro Palazzi, là dove c'è il cantiere della metropolitana; sulla destra, venendo da Corso Umberto, c'è via Duomo.  Più o meno all'altezza del civico 144 troverai un grande slargo, ed un palazzo con tre grandi porte;  entra e tieniti sulla destra. Troverai un ambiente circolare, con al fondo una statua  E' lì che si incontrano: il posto lo riconoscerai senza problemi; sulla parete in fondo c'è una statua nera di un tipo con una veste lunga ed uno strano cappello, e sulla sinistra addirittura l'immagine in oro, argento e pietre preziose che rappresenta il “guru” di questa setta. Pensa che, per incentivare la credenza popolare,  in una cassaforte hanno anche messo due ampolle con una sostanza che, se la agiti, diventa liquida!
 
E questo tipo (non lui, che ormai è morto, ma i suoi compari), va dicendo che, se preghi a lui, lui ti guarisce! Questa è una delle preghiere che gli adepti ti danno per evocare il suo spirito e provocare la guarigione: senti un po' qua: 
  • “O martire invitto e mio potente avvocato san Gennaro, io umile vostro servo mi prostro innanzi a voi, e ringrazio la Santissima Trinità della gloria che vi ha elargita nel Cielo, e della potenza che vi comunica sulla terra a pro di quelli che a Voi ricorrono. Mi compiaccio soprattutto per quel miracolo strepitoso che dopo tanti secoli si rinnova nel vostro sangue, già versato per amore di Gesù, e per tale singolare privilegio vi prego si soccorrermi in ogni mia bisogna e specialmente nelle tribolazioni che adesso mi straziano il cuore. Così sia." (1)
C'è una saletta dietro questo posto dove addirittura fanno sfoggio di molte cose che le persone circonvenute dal tipo e dalla setta gli hanno offerto negli anni; e parliamo di gioielli, oro, diamanti... per non parlare delle elargizioni in danaro donate nelle mani dei suoi compari!

E pensa che la setta è così ben radicata sul territorio, che addirittura sono arrivati ad infiltrarsi nelle istituzioni e a far mettere una riga sulle dichiarazioni dei redditi di tutti gli italiani che, se mai dovessero per sbaglio metterci una firma, poi gli prelevano dei soldi!

E c'è di più! Sono così potenti da aver messo dei loro seguaci all'interno di ogni scuola così che, ogni settimana, i bambini vengono indottrinati con le loro assurde tesi che se se tu preghi poi c'è qualcuno che interviene a tuo favore!”

  (1)  tratto dalla Liturgia propria della Diocesi di Napoli”

Cosa faresti? Ci passeresti sopra? E su quali basi? Sulla base del fatto che il “tizio” si chiama San Gennaro, fa parte della potente chiesa cattolica, è parte della tradizione... o cosa altro? Oppure te la sentiresti di “andare contro”? Di analizzare nei cinque minuti del servizio ciò che realmente accade?

E poi, è più credibile una persona che dice di guarire pregando in nome di Cristo, oppure pregare dinanzi alla statua di San Gennaro attendendo il miracolo? E’ più credibile andare nelle case a pregare assieme alle famiglie, oppure agitare una ampolla dinanzi alle folle aspettando che la polvere diventi liquido? E’ più dignitoso (e fa meno setta) chiedere un sostegno per pagare la benzina dell’auto  in un video, o ricevere le donazioni alla statua del santo?

Vedi Luca, non ce l'ho con te: sei un bravissimo cronista, coraggioso, altruista. Ma, come accade ormai da molto tempo in tv (specialmente a Mediaset)  con la smania di rincorrere lo scoop a tutti i costi,  si cade nell'errore di voler raccontare un mondo (quello dei cristiani che non sono cattolici) che è tutt'altra cosa da quella che dipingi. E anche, di fare due pesi e due misure per le medesime cose che stai pesando e guardando.

Sappi che, come pastore evangelico battista, pur credendo nei miracoli, anche io non apprezzo particolarmente la “spettacolarizzazione” che alcune denominazioni evangeliche ne fanno … e ad alcune non credo proprio (vedi Benny Hinn, ad esempio). Ma quello che tu hai fatto vedere in TV l'altra sera è quello che il cristianesimo va dicendo da circa duemila anni: “I ciechi recuperano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono purificati, i sordi odono, i morti resuscitano, il vangelo è annunciato hai poveri.” (Giovanni 7:22b).
 
A meno che tu non abbia altro (e come dite voi a Striscia “se qualcuno deve dire qualcosa, noi siamo qua) quello che fa la persona che hai “colto” mentre prega per la guarigione, e lo fa gratis (nel video che Mediaset ha sapientemente tagliato non si chiedono soldi per le guarigioni, lo sai),  la chiesa cattolica lo fa da più di un millennio, e su essa ha costruito templi su templi, strutture su strutture: Fatima, Lourdes, San Giovanni Rotondo, Medjugorje...

Se lo scandalo c'è, dunque (ignoro se  tu sia in qualche modo credente), allora l'uomo che prega per strada cercando di guarire il tuo mal di schiena (ah, non credo che i miracoli possano avvenire a comando dinanzi ad una telecamera su qualcuno che non ci crede) è in buona compagnia da qualche millennio. E, per onestà, per fare un unico peso ed un’unica misura, bisognerebbe portare in TV anche chi dice che pregando a una statua si guarisce.

Certo, lo so, è più facile sbattere in prima pagina un anonimo predicatore appartenente a “quella setta PERICOLOSA degli evangelici”, piuttosto che Crescenzio Sepe, Arcivescovo di Napoli, mentre gira le ampolle del sangue di San Gennaro, eh! E, si sa, è molto facile sparare contro quell'esiguo 1% di evangelici in Italia, piuttosto che contro il Vaticano.

Anche questa volta, così come è accaduto in passato con vari servizi delle Iene, la mia lettera a te, Luca, è aperta, perché una minima parte di coloro che hanno visto il tuo servizio possa cercare di “andare oltre”, cercare di capire, riflettere, non ghettizzare...

Continuerò a seguirti Luca, quando indaghi sul malaffare, su chi si approfitta realmente della credulità popolare, su chi vessa il prossimo... ma permettimi di dire che, almeno stavolta, l'obiettivo è completamente sbagliato, se non di parte.

 I miei ossequi.
---

Ovviamente, come accade ogni volta, la nota è stata letta, ma non c'è stata alcuna replica.

Sappiamo che, come veri credenti, saremo messi sotto la lente, e saremo attaccati per ciò che facciamo e diciamo.

Dovremmo fermarci? La risposta sta nelle parole di Paolo:

  "Voi, fratelli, non lasciatevi scoraggiare nel fare il bene." (2 Tessalonicesi 3:13)
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giovedì 20 dicembre 2018

Celebrare Natale “nella zona giusta” del mondo | 20 Dicembre 2018 |

Questa che sto scrivendo dovrebbe, come consuetudine pastorale, essere la mia nota natalizia che ormai pubblico ogni anno in questo periodo che ci avvicina al ricordo di una nascita miracolosa.

E' una nota che, normalmente, si concentra sulle cose, “positive” del Natale, sui miei ricordi di bambino, sulla gioia.

Perdonatemi, ma quest'anno sarà un po' differente. Perdonatemi se non porterà gioia, o se la porterà solo in parte.

Quante volte dirai, da qui al 25 Dicembre, la frase “Buon Natale”? Ed in che modo la dirai?

Celebrerai davvero il ricordo sobrio della nascita del Cristo, oppure celebrerai l'opulenza della festa occidentale? Celebrerai colui che è venuto a cambiare la tua vita attraverso l'adozione nella famiglia di Dio, se hai accettato quel dono disceso dall'alto a Natale (poco importa che il 25 dicembre non sia la vera data), oppure celebrerai coloro che trarranno beneficio economico dalla vendita di tutto ciò che compererai per festeggiare “in modo adeguato” la stagione? Lo celebrerai nel santuario del tuo cuore devoto, o nelle “shopping mall” del centro commerciale?

Vorrei che tu riflettessi, ogni volta che dirai “Buon Natale”, che dovresti aggiungere anche “... a te che vivi nella zona giusta del mondo”. Perché? Semplicemente perché, che tu sia credente o meno, nella zona del mondo dove sei nato, dove sei nata,  puoi festeggiarlo senza dover rischiare la tua vita per farlo. Senza farlo di nascosto. Senza temere che la tua casa venga arsa assieme a chi ci vive dentro. Senza essere picchiato. Senza vedere i tuoi figli uccisi.

Festeggia pure, ma ricordati che lo fai perché non sei parte di 215 milioni di persone nel mondo perseguitate a motivo della loro fede in Cristo. Perché nessuno dei tuoi familiari fa parte delle oltre 3.000 persone uccise in un anno pur di non rinnegare la propria fede. Perché la chiesa dove forse entrerai solo a Natale non rischia di essere demolita assieme ad altre 15.000. Tutto questo perché hai avuto la fortuna di nascere “nella zona giusta” per poterti proclamare cristiano.

Magari sei tra quelli che si indigna solo perché una maestra (a torto o a ragione) sostituisce “Gesù” con “laggiù”  in una recita di Natale alle elementari, ma non sai che in Cina in questo momento stanno abbattendo chiesa su chiesa per impedire che le persone lo festeggino, che in Bulgaria  ogni pastore cristiano dovrà ottenere il permesso dallo Stato per celebrarlo, che in Turchia i missionari vengono messi in carcere, che persino Amnesty International ha  derubricato la strage di cristiani in Nigeria come “lotta tribale per la terra”.

O forse lo sai... ma tu sei nato, tu sei nata “nella zona giusta”, e puoi far finta che queste cose non riguardino te.

 Forse molti dei volti che incontrerai durante questo Natale e che noi chiamiamo con il nome collettivo di “migranti” stanno fuggendo proprio perché cercano una “zona giusta del mondo” dove gli sia permesso di celebrarlo.

Se pensi che il Natale sia pace, ricorda che colui che è nato ha detto anche “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra... I nemici dell'uomo saranno quelli di casa sua!” (Matteo 10:34a, 36). Se pensi che il Natale sia sicurezza, ricorda che colui che celebri ha anche detto: “ S'avvicina il momento in cui quelli che vi uccideranno crederanno di offrire un servizio a Dio.” (Giovanni 16:2)

 In che modo festeggerai Natale, tu che sei nato, tu che sei nata “nella zona giusta del mondo”? Il dono del Natale per te si concretizza anche nella capacità di celebrarlo; festeggialo, ma non solo a Natale. Parlane, ma non solo a Natale. Agisci con misericordia , pace bontà verso tutti... ma non solo a Natale.

 Fai della tua vita un continuo Natale, tu che ha la fortuna di essere nato, di essere nata “nella zona giusta” per essere libero, per essere libera di celebrarlo.

  Marco

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