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giovedì 4 settembre 2014

Il vino migliore viene nelle stagioni estreme.

Quest'anno sarà una brutta annata per il vino. Se mi conoscete, sapete che mi piace bere un buon bicchiere, senza esagerare.

Sono nato in una città famosa a livello internazionale per il  vino; Gesù beveva vino, o quanto meno lo offriva da bere ai suoi amici; Paolo suggeriva a Timoteo come medicina di bere ogni tanto un po' di vino, "che l'acqua sola infracica i ponti”, come si dice dalle mie parti.

Ma quest'anno non sarà da ricordare tra i migliori; intendete, il prodotto sarà abbondantissimo, come non si è mai visto da anni, ma la qualità, già si sa ancor prima di raccogliere, sarà pessima.

C'è stato un inverno troppo mite, e poi una primavera troppo piovosa, e poi un'estate con poco sole, dove neppure in una giornata ci sono state quelle temperature che ti levano il fiato e ti fanno venir voglia di tuffarti in un lago gelato. E, si sa, il vino migliore viene nelle stagioni estreme.

Ne avremo tanto, ma il sapore sarà pessimo... o meglio, il mosto sarà pessimo. Per il sapore, beh, al giorno d'oggi, come dice un mio amico produttore affermato, “il vino si fa ANCHE con l'uva, ma viene peggio”; bisognerà correggere la gradazione e portarla più in alto, togliere il retrogusto amarognolo, aggiungere il bouquet... Tutto con prodotti “legali” s'intende, tutto con gli estratti e i concentrati  dei vini buoni delle passate stagioni. Alla fine il sapore sarà accettabile, ma il costo per il produttore sarà alto, che lo venderà al medesimo prezzo di sempre, guadagnando di meno.

Viviamo in un paese permeato dalla cultura della vite, e non è a caso che abbiamo chiamato la nostra comunità la “Chiesa della Vera Vite” e l'associazione senza scopo di lucro ad essa collegata “I Tralci”, prendendo a spunto Giovanni 15: “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. ... Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me, e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla.” (Giovanni 15:1a, 5). Gesù conosceva la “dinamica” di un vigneto, ed è per questo che ha fatto questa similitudine.

Per poter produrre frutto, noi tralci, dobbiamo essere attaccati solidamente a Lui, “dimorare” in Lui; ma che fragranza avrà il vino che produrremo, beh, quello dipende in gran parte dalla stagione.

Ci saranno stagioni, come questa che volge al termine a Montefiascone, dove il clima non sarà mai estremo; né troppo freddo, né troppo caldo, con tanta pioggia; stagioni dove la chiesa “vegeta”, senza mai essere messa alla prova da condizioni estreme, pericoli, persecuzioni; dove pure l'acqua della Parola sarà abbondante, ma  produrrà solo quantità di opere da un sapore tutt'altro che superbo, obbligando il vignaiuolo ad “aggiungere” del suo, impiegando tempo, spendendo risorse per correggere un prodotto non utile; e il Suo guadagno sarà minimo.

Ma per avere annate superbe, per produrre un qualcosa di irripetibilmente buono, avremo come chiesa bisogno delle stagioni “estreme”; quelle stagioni dove il freddo è così pungente da mettere a repentaglio la vita dei tralci, che farà intervenire il vignaiuolo per proteggerci, dove l'acqua è quel tanto che serve a farci sopravvivere in volume e consistenza ed il caldo delle situazioni di vita rassomiglia più all'inferno che all'estate, obbligando la vite Gesù a pompare in noi linfa vitale per sostenerci.

Più di una volta è stato detto che l'esplosione della chiesa primitiva fu merito della persecuzione a Gerusalemme, trasformando una comunità che viveva ”godendo il favore di tutto il popolo” (Atti 2:47) in una comunità dove chi aveva potere “devastava la chiesa, entrando di casa in casa; e, trascinando via uomini e donne, li metteva in prigione.” (Atti 8:3)

Pensate che quello che succede in Siria, in Iraq, in Pakistan, in Corea, in Nigeria, in mille altri angoli remoti della terra, pensate che la persecuzione che vediamo così enfaticamente proposta dai media  sia la fine della storia per quelle chiese, e presagio della distruzione totale del cristianesimo in futuro?

Gesù a detto : “(Io) costruirò la mia chiesa; e tutte le potenze dell'inferno non potranno vincerla.” (Matteo 16:18 PV).

Il vignaiuolo saprà trarre il Suo miglior vino dalle stagioni estreme che quei popoli stanno vivendo, forse trapiantando e mettendo a dimora altri vigneti laddove non erano mai stati.

Non voglio fare della mia opinione un dogma, e sono pronto ad essere smentito, ma a mio avviso, in Italia, non cresciamo come chiese perché, da decenni, viviamo una stagione “tiepida”:  né troppo calda né troppo fredda.

Dove né gli inverni, il gelo del rigetto da parte della gente,  né le estati, il fuoco della persecuzione,  sono mai accentuate; dove non c'è mai qualcosa di cui veramente preoccuparsi, per  cui chiedere aiuto al vigniaiuolo con  un telo di copertura dal gelo  o  una “irrorata” di acqua fresca a stemperare la calura.

E, in una situazione tale, molti di noi pastori, chiamati ad essere il "bue che trebbia", si sono "addormentati", dimenticando che c'è una vigna che va accudita, concimata; che ci sono tralci che vanno motivati a produrre anche se non c'è lo stimolo delle condizioni estreme.

I pastori, gli anziani, i responsabili di chiesa, qualsiasi sia il nome di coloro che Dio a chiamato a condurre una comunità a seconda della denominazione dove sono posti, sono coloro che debbono fare la differenza nel bouquet quando le stagioni sono "tiepide", quando la chiesa "vegeta".

Sono sinceramente un po' stufo di aprire le pagine dei forum o dei “social media” e leggere i proclami di miei colleghi pastori che imputano alla “persecuzione strisciante” verso le chiese evangeliche il motivo della scarsa crescita.

In Italia le chiese stanno vivendo da troppo la loro stagione “temperata”, e basta un grado in su o in giù nel loro termometro che si grida subito alla “persecuzione”.

Qua, continuo a dirlo ad ogni mia predica, siamo in una nazione dove possiamo liberamente riunirci, liberamente adorare, liberamente associarci. E se incontriamo difficoltà nell'avere una autorizzazione dal comune per un affitto o per una occupazione di suolo pubblico, se veniamo bollati con il termine di "strana setta" dalla maggioranza degli abitanti della nostra città, la vogliamo veramente chiamare”persecuzione”?

Piangersi addosso è una maniera molto semplice per evitare di impegnarci nel lavoro a cui Cristo ci ha chiamati come pastori, di curare i tralci, di stimolare al linfa a correre nel tronco. Produciamo frutto, si, ma la qualità di ciò che produciamo obbliga il vignaiolo a “correggere”, “stemperare”, “ additivare” per farne un qualcosa che sia possibile usare.

Produrremmo un frutto migliore, se ci fossero inverni rigidi e estati torride sopra le nostre comunità.

Non è che mi sta augurando la persecuzione, ma so che è ora, come chiese e come pastori, di smetterla di usare alibi. Il pastore è là, per ricordare ai tralci che anche senza il gelo o il sole cocente, si può, si deve portare frutto.

C'è un lavoro da fare: Dio ci ha scelti come pastori.

Se c'è stata la chiamata a servire come "bue che trebbia", c'è un campo da arare, una vigna da accudire.

C'è da farlo; senza alibi o scuse.  Punto.


Marco

martedì 26 agosto 2014

Sono un pastore di successo!

L'agiografia auto celebrativa di un pastore esaurito!
E' da un po' di tempo che mi capita di leggere sul web le storie di questo o di quell'altro “pastore di successo”,  che ha guidato un risveglio in una città, oppure ha aiutato tramite la Parola di Dio una certa nazione ad uscire dall'impasse morale in cui era caduta. O che ha fondato una serie di chiese connesse con migliaia di membri ciascuna; o che ha iniziato un ministero internazionale per i rifugiati.

Intendete, l'invidia, tra i tanti peccati che allegramente pratico ogni giorno, è quello che meno si confà alle mie strutture mentali; e, sinceramente, non vorrei (per la maggior parte) essere nei panni di quei pastori: non mi sono mai sentito “comodo” fuori dal mio ambito prettamente “paesano” (anche se per quasi cinque anni sono stato chiamato a farlo, organizzando conferenze a livello nazionale con ospiti da tutto il mondo).

Sarà il caldo che non c'è in un'estate anomala, sarà la “boa” appena girata dei miei cinquantadue anni, sarà una famiglia (la mia) in “fuga” in terra inglese con un padre e marito rimasto (per scelta) malinconicamente solo soletto in casa, sarà perché, gira gira, non c'è nulla di degno  in TV da vedere oltre  a “The Big Bang Theory” e Montalbano... sarà il “mix” di tutto questo, ma stasera mi sono trovato inconsapevolmente a riflettere su cosa significhi essere un pastore di “successo”.

E' facile sentirsi “di successo” quando predichi di fronte a migliaia di persone, guidi una denominazione nazionale, hai chiese sparse in un mezzo continente... ma per chi, come me, ha venti membri, che vengono la domenica in chiesa talvolta “a rotazione” , come funziona?

Come si misura il “successo” di una persona che è stata chiamata da Dio ad essere il “bue che trebbia” nei campi del Signore? Si calcola in termine di “membri” della propria chiesa, di ministeri internazionali, di visibilità... o cosa?

Stento a credere che il Signore abbia una graduatoria per coloro a cui ha assegnato un compito per il quale, quando saremo dinanzi a Lui, dovremo rendere conto; e men che meno credo che assegnerà punti a seconda della consistenza o della visibilità mediatica delle chiese da loro guidate, altrimenti non ci sarebbe nessuno a voler guidare una chiesa segreta in Corea del Nord o in Siria.

Se non sono allora quelli che ho citato prima i parametri con cui possiamo stabilire se un pastore è di successo o meno, e ammesso che serva (la risposta è, ovviamente, NO... ma proviamo a giocare con le abitudini umane di fare graduatorie), quando o perché possiamo dire che un pastore è tale?

Per far questo, ho ripercorso mentalmente i miei ventidue anni di servizio al Signore, ritrovando gli eventi che hanno segnato il mio cammino sin qui; e, incredibilmente, ho scoperto di essere anche io un “pastore di successo”. Successi "minori", intendete, rispetto a quelli di un Billy Graham, o di un Rick Warren, o di un Mark Driscoll o di altri che vengono visti come le “vette” per i loro sostenitori (e le “fosse marine” per i loro detrattori); ma sono successi che mi appartengono, donati per la Grazia di Colui che mi ha chiamato a servirlo

Li offro così, in ordine sparso, alle persone che più amo nell'ambito delle chiese, i pastori delle piccole comunità locali; operai oscuri e mal pagati (MAI PAGATI, dovrei dire) per i quali il successo non è la propria faccia sulla rivista cristiana, su un magazine internazionale, o sul sito web "Christianity Today" o "Evangelici.net", ma la saracinesca del garage che, anche questa domenica, si alza per far incontrare un variegato popolo di gente che ha bisogno di conforto, amore, guida.

Li offro loro, perché possano ritrovarsi in alcuni di essi, riflettere e magari fare una loro lista, per scoprire che, al di là dei numeri o della visibilità, sono “pastori di successo”... per la grazia di Dio che li ha chiamati.

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  • Sono un pastore di successo perché Dio mi ha affidato un carro da tirare, non una Limousine con autista su cui sedere.

  • Sono un pastore di successo perché ho avuto persone che hanno creduto in me e hanno visto i miei doni, fornendo il suolo fertile dove poterli far crescere.

  • Sono un pastore di successo perché nonostante due scissioni, la chiesa che conduco ancora esiste, e si incontra ogni domenica.

  • Sono un pastore di successo perché ho un piccolo staff di tre persone che mi aiuta a decidere, ma che accetta che sia io a decidere.

  • Sono un pastore di successo perché non sento la voce diretta di Dio da una nuvola, ma la devo cercare ogni giorno, e ogni giorno Dio mi parla (tranne quando decido io di non parlargli... e accade!).

  • Sono un pastore di successo perché le persone in chiesa mi cercano per avere consigli.

  • Sono un pastore di successo perché manco alle persone di chiesa quando non ci sono.

  • Sono un pastore di successo perché, nonostante debba predicare ogni domenica, il Signore mi dà spunti e ispirazioni ogni domenica.

  • Sono un pastore di successo perché ciò che Dio mi dà a predicare, lo predico per prima cosa a me stesso, cercando di obbedire e di cambiare la mia vita.

  • Sono un pastore di successo perché, nonostante debba predicare davanti a poche persone, il Signore mi dà gioia nel trasmettere quello che Lui mi ha dato a quella gente eletta.

  • Sono un pastore di successo perché sono sopravvissuto all'ironia dei miei migliori amici e familiari che mi vedevano come uno “un po' strano”.

  • Sono un pastore di successo perché il Signore mi ha dato la possibilità di piantare la prima chiesa evangelica mai esistita (che io sappia) nella mia città.

  • Sono un pastore di successo perché vedo la gioia negli occhi dei giovani della mia chiesa quando suonano per il Signore.

  • Sono un pastore di successo perché le persone in chiesa si incontrano tra di loro senza che sia io a sollecitarli.

  • Sono un pastore di successo perché le persone nella chiesa si aiutano vicendevolmente senza che sia io a suggerirlo.

  • Sono un pastore di successo perché le persone della chiesa sanno che amare non è un sentimento ma un'azione.

  • Sono un pastore di successo perché nonostante non abbia frequentato la facoltà teologica di qualche università il Signore mi ha scelto  lo stesso.
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Sono un pastore di successo perché Dio ha scelto che io lo sia. Spetta a me onorarlo, facendo il suo lavoro con tutto me stesso.

Marco

lunedì 11 agosto 2014

Effetti collaterali

Io non c'ero ancora, ma mio padre me lo ha raccontato, chissà quante volte, nelle sere quando, spenta la TV, ci radunavamo intorno al focolare per sentirlo ripetere le storie di una giovinezza trascorsa tra la fame e i bombardamenti.

Era il 10 Giugno 1944, o giù di lì, a Viterbo. Sulla porta di via Teatro Nuovo al numero 1, proprio di fronte al Teatro dell'Unione, comparve un segno, fatto con un pennello intinto nella vernice rossa. Non so che forma avesse il segno: se una croce, un cerchio, una svastica, ma poco importa; l'odio non ha una forma unica, e la vernice, il pennello o l'abilità della mano che traccia il segno sono assolutamente ininfluenti di fronte al cuore che li comanda. Un cuore pieno di violenza, di odio, di rancore.

In quella casa, al primo piano, abitava mio padre, diciotto anni, l'unica sua colpa quella di avere un genitore che, pur di far sopravvivere una famiglia di quattro figli e una moglie nel disastro della guerra, aveva “collaborato” con il regime. Piccolo burocrate impaurito dal regime, impiegato in un ufficio, dove era la regola mettere la divisa.

Quel segno significava una cosa sola: “Qui ci sono: sapete cosa dovete fare loro”.

Cosa fare loro” non aveva una specificità, ma era legato “all'estro” della persona col fucile che sarebbe entrata per prima in quella casa. E contemplava un po' tutto: dalla deportazione di mio nonno, sino alla strage dell'intera sua famiglia. Bisognava fare “pulizia” dal vecchio per creare una nuova nazione, senza memoria e nostalgia del passato.

E nessuno era realmente interessato a fermare la mano che aveva fatto il segno, o che avrebbe tirato il grilletto; c'era altro da fare, la priorità era in altri luoghi. Quelli non erano che piccoli “effetti collaterali” della situazione.

L'unica soluzione, per evitare quel “cosa fare loro” era la fuga. Durante la notte, mio nonno prese l'intera famiglia, raccattò quello che era possibile trasportare nella fuga, lasciando dietro tutto il resto, e nell'oscurità, assieme a chissà quanti altri, attraversando strade piene di macerie, di corpi, di pattuglie e di spari, portò i suoi cari in salvo, lontano da quel segno. Io oggi sono qui a scrivere queste cose a motivo di quella fuga disperata.

Altro scenario, altra parte del mondo, altri tempi. Mosul, l'antica Ninive, la città salvata da Dio
tramite la testimonianza di un profeta riluttante ad obbedire al Signore di nome Giona: segni diversi, armi più moderne, stessa violenza, stesso odio, stesso rancore.
Una "ن ", enne in arabo, iniziale di “Nazareni” (il modo dispregiativo di chiamare i cristiani, in quanto devoti non al Figlio di Dio, il Cristo, “l'Unto dal Signore”, ma semplicemente a un profeta straccione vissuto duemila anni fa a Nazaret di Galilea) è il segno: “Qui ci sono; sapete cosa fare”.

La fuga, la stessa fuga di mio nonno, ma stavolta non quella di un popolo straccione per via della guerra mondiale, ma la fuga biblica di un'intera etnia che viene costretta ad abbandonare la propria storia, viene inseguita nella fuga, uccisa, seppellita viva, stuprata e fatta schiava, o costretta a “convertirsi” a forza, ben sapendo che, anche se ti converti, quella stigmata sulla tua pelle, quella “N” rimarrà, e per sempre, facendoti vivere una vita di serie Z. Ma bisogna fare “pulizia” per creare uno stato islamico che conquisti il mondo, senza l'intralcio di una religione che proclami di dover amare i propri nemici e di rispettarli senza diventarne parte.

E, anche qui, nessuno realmente interessato a fermare le mani che fanno i segni o che maneggiano le armi. Così come già visto in Nigeria, in Ciad, in Sudan, in Somalia, e persino alle porte della nostra evolutissima Europa, in Bosnia.

Ci sono in ballo altri equilibri, altre priorità; le decisioni, quelle che contano, vengono prese in altri luoghi, lontani dal clamore delle battaglie o dalla polvere degli esodi di massa. Gli “effetti collaterali” rientrano nella norma.

Sino a quando le porte di coloro che sono visti come un ostacolo al proprio progetto verranno “segnate”? Sino a quanto il “cosa fare loro” sarà ascritto sotto il capitolo “effetti collaterali” e non sotto quello “crimini”? Per quel che concerne i credenti, la Bibbia ce lo dice chiaramente: “Anzi, l’ora viene che chiunque vi ucciderà, crederà di rendere un culto a Dio.” (Giovanni 16:2b)

Cosa posso fare, come credente, oltre mettere la “N” sul mio profilo Facebook, Twitter o Instagram? Personalmente non penso che le manifestazioni di piazza potranno portare alcun beneficio; la pressione dei media, per quanto forte, è comunque governata dalle logiche internazionali che, in questo caso, “impongono cautela” (vallo a dire alle centomila persone in fuga nel nord dell'Iraq e della Siria!).

L'arma più potente, la vera sola arma di chi crede, è la preghiera costante affinché i governo si accorgano che non si tratta di “effetti collaterali” ma di una “pulizia etnica”, di un attacco dritto al cuore del cristianesimo; non c'è mai stata tanta condivisione mediatica sulle atrocità perpetrate contro i Cristiani in precedenza. La sfida è lanciata, e chiara: “Guardate cosa facciamo a voi, e voi non potete fare nulla!”.

Mai come in questo momento è necessaria una unità dei credenti, di qualsiasi denominazione essi siano, affinché il Signore cambi il cuore di coloro che siedono in alto e governano le guerre dalle loro confortevoli poltrone. Abbiamo un Dio che è al controllo, e che risponde alla fede delle nostre preghiere.


“Lo sguardo altero dell’uomo sarà umiliato e l’orgoglio di ognuno sarà abbassato; il Signore solo sarà esaltato in quel giorno. Infatti il Signore degli eserciti ha un giorno contro tutto ciò che è orgoglioso e altero, e contro chiunque s’innalza, per abbassarlo... L’alterigia dell’uomo sarà umiliata, e l’orgoglio di ognuno sarà abbassato; il Signore solo sarà esaltato in quel giorno. “ (Isaia 2:11, 17)

Marco


lunedì 28 luglio 2014

Provare a crescere guardandosi l'ombelico: pensieri a margine dell'incontro Bergoglio-Traettino

Suscita scalpore e, in molti casi,  indignazione, l'incontro che Papa Bergoglio avrà oggi (28 Luglio 2014) a Caserta con il Pastore evangelico Giovanni Traettino, una delle personalità più autorevoli delle Chiesa della Riconciliazione. 


Senza voler entrare nel merito dell'incontro stesso (che, per altro, è di natura “privata”, se privata possiamo definirla, con oltre 350 invitati sul solo fronte evangelico), sono innegabili gli effetti che esso ha già avuto sulla comunità evangelica italiana. 

Infatti ha il merito di:

  1. aver messo assieme (che mi risulti, per la prima volta) 4 denominazioni e una federazione evangelica per siglare un documento unitario non a pro di qualcosa ma contro qualcosa, mettendo in guardia il mondo evangelico e chiarendo che il Papa non salva (grazie per avercelo rammentato; Lutero lo aveva fatto tempo addietro, ma, come si suole dire, “repetita juvant");
  2. aver diviso ulteriormente la già frammentata testimonianza evangelica italiana in pro e contro l'ecumenismo;
  3. aver confuso gran parte degli evangelici italiani su cosa significhi la parola stessa “ecumenismo”;
  4. aver immesso nella testa di molti il dubbio se sia bene parlare con i cattolici o meno;
  5. aver dato la possibilità al Vaticano di fare la “bella figura” dei tolleranti;
  6. aver mostrato alla nazione il lato meno tollerante della natura evangelica italiana.
Ciò che balza alla luce è la tanta unione “trasversale” del mondo evangelico italiano che, notoriamente, è ben rappresentato dall'affermazione “le chiese evangeliche in Italia sono piccole, ma ben divise”; l'effetto dell'incontro tra Bergoglio e Traettino è di compattare gli evangelici non sull'essere d'accordo su qualcosa, ma sul non essere d'accordo.

Non mi stupisce, in verità, più di tanto; basta farsi una “passeggiata” sul web per capire quale sia la tendenza maggioritaria di noi evangelici; i siti più “cliccati” sono quelli dove un evangelico bastona l'apostasia (brutta parola tecnica che individua l'allontanarsi dalla propria religione) di un altro evangelico, di una chiesa o di una denominazione, in quanto ci si è allontanati dalla “sana dottrina”, di cui, ovviamente, egli è detentore. Le reprimende sono quasi sempre condite dalla frase “ma altresì sta scritto che”, e giù una serie di versetti più o meno attinenti al caso.

Questo atteggiamento ha origini lontane, nell'essere minoranza, per molto tempo osteggiata, in una nazione laica che, di fatto, ha nella denominazione cattolica la propria religione ufficiale; nel tempo abbiamo sviluppato anticorpi potenti per sopravvivere a tale situazione, ma che spesso, come nelle malattie autoimmuni, invece di combattere il virus penetrato all'interno del corpo, combattono il corpo stesso, fiaccandolo. E, lasciatemelo dire, c'è talvolta anche l'invidia latente dei “numeri” e della considerazione che il Vaticano vanta a fronte della sparuta realtà evangelica in Italia.

E così, invece di pensare a come rendere visibile il movimento evangelico quale portatore di una fede unitaria in Cristo, ma arricchita da differenti modi di mettere in pratica i Suoi comandamenti, ancora una volta, ci siamo“autodigeriti”.

Ancora una volta siamo come il bambino che si fissa l'ombelico, aspettando di vederlo crescere.


Marco

lunedì 9 giugno 2014

Il più delle volte funziona... ma non sempre.

Quanto sono "connesso" a Gesù per dar luce agli altri? Riesco a brillare per Lui?
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Qualche giorno fa è venuto al mio negozio un cliente con una busta contenente i quattro fanalini del suo trattore, completamente distrutti.

"Ce li hai?" mi fa.

"Sono un modello molto vecchio, a magazzino ho cose simili ma più recenti." gli dico.

"No, a me servono proprio questi." replica lui.

"Beh, penso siano ancora in produzione...posso ordinarli, se vuole, ma sono più costosi di quelli che ho a magazzino!" gli faccio eco io.

"Ok. Non importa se costano di più. Ordina e fammi sapere quando sono arrivati". Se ne va, con la sua busta di fanalini tritati.

Qualche giorno dopo i quattro fanalini arrivano, io chiamo il cliente, e lui nel giro di poche ore è lì, con la sua busta; gli porgo i fanalini nuovi, lui li apre, apre la busta, controlla se sono uguali a i suoi vecchi, paga e fa per andarsene.

"Aspetti, signore - faccio io - mi domandavo se le servissero anche le lampade.  All'interno dei fanalini nuovi non ci sono. E' sicuro che le vecchie funzionino ancora?"

Lui si volge, strabuzza gli occhi, e mi dice: "Ma no, non mi servono...tanto non c'erano manco in quelli vecchi!"

"Come come? - domando io incuriosito - Ha i fanalini e non ci mette le lampade?"

"Beh  - fa lui - sarebbero assolutamente inutili, visto che non esiste l'impianto elettrico... servono solo per essere in regola col Codice della Strada quando ti fermano i Carabinieri... Tanto mica li controllano... E se lo fanno, gli dici che c'è un guasto che non conoscevi, e che andrai dall'elettrauto  subito... Il più delle volte funziona."

La logica non fa una piega... nella sua testa. Io non ho il coraggio di replicare, se non facendomi una gran risata, e aggiungendo "Eh già! Il più delle volte funziona!".

Mentre tornavo a casa, ripensavo a questo episodio. Il mio cliente avrebbe potuto prendere i fanalini che avevo a negozio: erano subito disponibili, costavano meno, tanto erano solo per "bellezza".

E invece no: ha atteso giorni, ha pagato di più, pur di ottenere gli stessi che aveva... Belli, nuovi... ma completamente inutili perché non connessi e senza lampade!

Sapete, la mia testa non funziona molto bene, e da questo episodio divertente la mia mente è subito corsa al come potessi applicare questo alla mia vita di credente (deformazione professionale, la chiamano).

Spesso incontro credenti (o presunti tali) che si comportano esattamente come il mio cliente: da fuori li vedi, tutto a posto, tutti gli impianti ci sono, tutto ok... Ma poi, al primo buio, li trovi che vagano per strada senza illuminazione, essendo pericolosi per se e per gli altri.

Manca la "connessione" con Colui che realmente porta energia e luce nelle loro vite, manca anche qualcosa da far brillare per vedere ed essere visti. E magari hanno pure speso molto, sia in termini di tempo (chiesa, piccolo gruppo, studio biblico, riunioni)  sia in denaro (commentari, chiavi bibliche, libri,  software pc, decime, offferte).

Parlano di Dio, di fede e di Gesù con apparente sapienza, sono assidui nella lettura della Bibbia, nelle "comuni adunanze" come dice la lettera agli Ebrei... ma poi, quando giri l'interruttore.. nulla: ci sono solo i "fanalini".

Taluni sono quelli che Gesù chiama "sepolcri imbiancati", solo apparenza;

"Guai a voi, dottori della legge e Farisei ipocriti! Siete come tombe appena imbiancate: bellissime all'esterno, ma all'interno piene di ossa di morti e di ogni sporcizia! Così anche voi, esternamente, agli occhi della gente, sembrate giusti, ma sotto il vostro aspetto rispettabile i vostri cuori sono pieni d'ipocrisia e di malvagità!" (Matteo 23:27-28 PV)

Altri ricordano più il grano caduto tra i rovi della parabola dei terreni che, soffocato dalle preoccupazioni e dalle cose del mondo, non arriva a portare frutto.

"Ascoltate: un contadino andò a seminare. Mentre seminava... Altri semi poi caddero fra le spine che, crescendo, ne soffocarono i germogli, e in tali condizioni non produssero grano....  Gli altri sono coloro che hanno ricevuto i semi nel terreno pieno di spine, cioè quelli che ascoltano la Parola di Dio e la ricevono. Ben presto, però, le preoccupazioni di questo mondo, le illusioni della ricchezza, e tante altre passioni, prendono il sopravvento e soffocano nel loro cuore il messaggio di Dio, che così non porterà frutto."   (Marco 4:3, 7, 18-19 PV)

E mi sono posto questa domanda: "Che tipo di credente sono, io? Sono convinto di avere tutti gli impianti a posto, oppure mi occupo solo che i fanalini appaiano nuovi fiammanti e belli, senza curarmi delle lampade o dei fili di collegamento?"

Se la mia vita è connessa realmente a Dio, posso anche fare a meno della bellezza del fanalino nuovo;   basterà controllare che le lampade (la mia attenzione, il mio cuore, il mio tempo, il mio parlare e il mio agire con amore verso gli altri, insomma tutti quegli aspetti di me che possono "accendersi" per Gesù) siano ben avvitate nelle loro sedi, e brillerò nella notte, sarò di segno sulla via per altri, e nel buio nessuno farà caso che i miei fanalini sono vecchi e malandati. Ma la luce si,  quella la vedranno.

"Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non puo rimanere nascosta, né si accende una luce per nasconderla sotto un vaso, ma per dare luce a tutti quelli che sono in casa. Allo stesso modo, lasciate che la vostra luce risplenda fra tutti, affinché vedano le vostre buone opere e diano lode a vostro Padre che è nei cieli." (Matteo 5:14-16 PV)

Ma se non ho connessione con il Padre seguendo il Figlio attraverso lo Spirito Santo, se tutto quello che faccio non è che parlare di Dio, di Gesù, leggere, dare le mie decime e le mie offerte, allora nulla in me ci sarà da far brillare per guidare altri e dare testimonianza di Gesù (né tempo, né cuore, né parlare, né agire con amore verso gli altri).

"Il più delle volte funziona"... posso ingannare chi mi incrocia per strada di giorno, la "pattuglia" della Stradale che non controlla se si accendono i miei fanalini... ma quando arriva la notte, nessuno mi vedrà per strada, e sarò di intralcio ed ostacolo agli altri, piuttosto che una guida. E sarò realmente in pericolo io stesso.

"Il più delle volte funziona"... ma, prima o poi, dovrò portare il mio trattore "a revisione" da Gesù, e lui sì che proverà ad accendere i fanalini... ben sapendo che non c'erano i fili a collegarli per far brillare il mio meglio per Lui. E non ci sarà piu tempo per invocare un "guasto improvviso", né per promettere di portare il trattore dall'elettrauto al più presto.

"E sapete bene che gli atleti si sottopongono ad una rigida disciplina: lo fanno soltanto per ottenere in premio una corona che presto appassisce! Noi, invece, lo facciamo per una corona che non appassirà mai. Perciò, io corro dritto al traguardo, mettendocela tutta; lotto come un pugile che vuol vincere, e non tiro colpi a vuoto.  Mi sottopongo a dei sacrifici, come un atleta, e tengo il mio corpo a disciplina, per paura di essere squalificato e ripreso, proprio io che ho predicato agli altri!" (1 Corinzi 9:25-27 PV).

Per non correre il rischio di essere "squalificato e ripreso" da Gesù in fase di revisione, devo controllare non che i miei fanalini appaiano belli di fuori, ma che siano connessi a Gesù, e che facciano luce per gli altri nella notte.

Ed è quello che "funziona": non il più delle volte, ma sempre.
Marco

lunedì 28 aprile 2014

Leggere i segni del cambiamento

Prendi una nazione, piccola, ma difficile da collegare, lunga, divisa da montagne, mezzi di trasporto
inefficienti e linee ADSL ancora da posare e che, se ci sono,  trasferiscono i dati a rallentatore; divisa in 110 province, ma ancor più divisa e frastagliata nella sua componente evangelica.

Comunità lontane, talvolta fiumi, talvolta rivoli, che si disperdono, a formare laghi e laghetti, che raramente confluiscono a formare lo stesso mare.

Prendi un pastore “visionario”, anziano quel tanto che gli permette di aver visto la dinamica delle chiese evangeliche, ma giovane quel tanto da utilizzare gli strumenti che la tecnologia di quelli che potrebbero essere suoi figli mette a disposizione;  uno di quelli che sente lo Spirito e allo Spirito risponde... proprio come dovrebbe fare ogni credente.

Metti le due cose assieme. Da una parte la difficoltà, la divisione, il sospetto reciproco. Dall'altro la necessità, che lo Spirito mette in luce, di quella nazione.

E' forse questa la genesi di un progetto ambizioso, non breve, non facile, ma guidato dall'Alto; prendere 1000 credenti, portarli ad intercedere al trono della Grazia per 110 giorni per 110 province, e raccogliere nel frattempo singoli, ministri e intere comunità e farne un esercito “inginocchiato”, e che prega ogni giorno. Colla di questa visione un mezzo “secolare”, una pagina su un “social network”.

Questo è quello che ha significato per me l'iniziativa “1000xGesù” coordinata dal Pastore Claudio Ferro della comunità “Ministero Insieme" di Roma.

Mille intercessori, a ricordare i mille di Garibaldi che unirono da sud a nord l'Italia, pronti a pregare per le 110 province Italiane, a partire dal 6 Gennaio, la Befana, un misto tra religione e occultismo tipica espressione della nostra nazione, fino ad arrivare al 25 Aprile, la “Liberazione”. Ma questa volta la liberazione dallo spirito di religiosità vuoto o peggio riempito di idoli, dall'orgoglio per quello che furono i fasti di un Italia tramontata da tempo, dall'occultismo dei milioni di maghi e fattucchieri che legano le persone e dal sesso vissuto con lussuria.

Mille intercessori, e moltissimi tra singoli e comunità che vedono, capiscono il valore enorme di quello che Dio ha messo in cuore a Claudio, e senza chiedere “a che denominazione appartiene l'evento”, si uniscono per 110 giorni, trasversalmente, utilizzando come piazza comune una pagina di Facebook.

Le preghiere si incrociano da un capo all'altro della penisola, Agrigento prega per Aosta, Belluno per Bari, Cagliari per Ancona, Terni per Udine...

Il Signore manda sogni, visioni profetiche, parole di incoraggiamento tramite credenti a comunità mai conosciute fino ad allora.

Nelle piazze di molti capoluoghi si ritrovano assieme chiese locali con caratteristiche differenti tra di loro, senza spesso neppure chiedere “a chi appartenete?”. Appartengono a Cristo, appartengono al Corpo di Cristo, e questo è sufficiente per portarle a pregare assieme, senza per questo dover rinnegare nulla della propria storia ed origine.

Riuscite a capire la grandezza del progetto che non è di Claudio, ma di Colui che Claudio serve? Riuscite a capire la necessità di smentire l'affermazione con cui vengono descritte le realtà evangeliche italiane dall'estero: “piccole, ma ben divise”?

Se qualcuno pensa che le cose per il movimento evangelico della nostra nazione siano in miglioramento, mi spiace, ma tutti i messaggi che vediamo dicono il contrario. La pressione delle nuove religioni, la “scristianizzazione” al più alto livello della società, la rimozione di Cristo dal linguaggio comune nelle scuole, nelle feste un tempo “cristiane”, nella morale sessuale, stanno ad indicare momenti sempre più difficili.

Mai come in questi momenti che verranno la sopravvivenza della testimonianza vera di Cristo in Italia sarà in funzione alla capacità delle chiese di unire le proprie voci, le proprie forze, le proprie preghiere e suppliche.

La chiesa dove il Signore mi ha chiamato a servire sta vivendo sulla propria pelle la gioia di collaborare con le altre chiese del viterbese. E' un bene prezioso, che va protetto. Ma non solo protetto: va “esportato”. In altre parti d'Italia stanno accadendo cose simili.

Ci vorrà ancora tempo, ci vorrà un fuoco per incendiare il cuore delle comunità italiane, e “1000xGesù” non è che un fiammifero... ma è un segno. Le cose stanno cambiando. Le chiese stanno cambiando. I cuori stanno cambiando.

Qualcuno ancora continuerà a fare quella domanda: “di quale denominazione siete?” prima di unire voci, forze preghiere e suppliche.

Per il bene delle anime che staranno pastorando, prego siano pochi coloro che non riusciranno a leggere i segni del cambiamento.

Marco


lunedì 27 gennaio 2014

L'ultimo nemico: pensieri a margine della morte di Paolo Lozzi

La morte è un evento che molti individuano come l'unico assolutamente naturale e ineluttabile. Così come c'è la nascita, c'è la morte; c'è un inizio, e c'è una fine.

Ma la morte di un figlio è la cosa più innaturale che possa accadere durante la vita di qualsiasi genitore: colui nel quale (o nella quale) abbiamo riposto le nostre speranze, il nostro futuro, a cui abbiamo donato geni in forma di statura, colore degli occhi e carattere, perché continuasse per noi la corsa, se ne va prima che noi stessi tagliamo il traguardo.

Non sono d'accodo con l'accezione comune della morte. Come credente, per me è la morte in se l'evento più innaturale che possa esistere; non era prevista nei piani di Dio alla Creazione. Eravamo stati creati per vivere eternamente, e felici; ma poi, lungo il cammino, essa è entrata a far parte della storia di ciascuno di noi, lottando contro di noi.

Essa è un nemico, e uno di quelli più forti, che vuole schiacciarci, imprigionarci e metterci in ginocchio. E' questa la sensazione che mi ha pervaso visitando la camera ardente allestita nel Comune di Montefiascone per Paolo Lozzi, il giovane elicotterista morto assieme al suo Comandante nell'incidente di cui tutti i media nazionali hanno parlato negli ultimi giorni .

Assieme alla madre e al padre, assieme alla nonna, a altri che non conosco e fanno parte della famiglia, assieme all'incessante flusso di persone che venivano a tributare  Paolo e i suoi cari di un saluto e di un abbraccio, talvolta senza dire nulla, non ha potuto non colpirmi il gran numero di giovani, seduti di fianco al feretro; e due di questi, in ginocchio, a toccare il legno che contiene una persona che hanno amato e che continuano ad amare, forse più intensamente ora che sanno di averla perduta.

Erano il fratello gemello e la fidanzata, vestiti di una giacca mimetica ad indentificarsi con il sogno che Paolo aveva raggiunto, piegati da quel nemico, e increduli che quell'evento fosse potuto accadere proprio al loro amato.

Vedendo le insegne militari sulla bara, è stato quasi automatico pensare alla frase di Paolo, riportata sui giornali locali: “Sono un militare e devo essere pronto a morire, mamma e papà, non lo dimenticate”.

Il nemico quello vero, non è il terrorista o l'incursore con un lanciamissili che ti abbatte durante un'azione militare, né l'incidente sempre possibile quando ci si addestra alle azioni estreme: il nemico vero, è un nemico innaturale, che ti vuole in ginocchio e vinto per sempre.

L'ultimo nemico ad essere distrutto sarà la morte. dice l'apostolo Paolo  in 1 Corinzi 15:26. Non conoscevo Paolo Lozzi, e non so nulla di quello che fosse la sua maniera di vedere il mondo e le cose. Ma conosco sua madre, che è stata "l'angelo custode" di mio figlio Matteo durante la scuola media, e so che lei come gli altri della sua famiglia gli hanno parlato di Cristo. E so che, se lui lo ha accettato accogliendolo come suo personale Salvatore, mi viene da dire “suo capo” essendo lui un militare, in un momento lontano o vicino dei suoi 25 anni, allora la sua non è una guerra persa, ma semplicemente una delle tante azioni di essa che ha volto a suo sfavore.

Ma la guerra è già stata vinta! Perciò bisogna che Cristo regni, finché non abbia posto sotto i suoi piedi tutti i nemici" dice lo stesso Paolo qualche riga più sopra in 1 Corinzi. Se l'elicotterista Paolo, se il soldato Paolo è parte dell'esercito di Cristo, allora il suo nemico è già sotto i suoi piedi.

E il mio più grande dolore è stato proprio quello di vedere così tanti giovani disperati, e quelle due figure in ginocchio, piegate e apparentemente vinte dal nemico.

E avrei voluto andare da ciascuno di loro e dirgli “Fate cordoglio, poiché non lo vedrete più per un poco! Ma se Paolo ha creduto, non vi fate ingannare dal nemico; non è egli che ha vinto, poiché, come dice l'apostolo Paolo in Romani 8:37-39: Ma in tutte queste cose la vittoria schiacciante è nostra, grazie a colui, che ci ha tanto amato. Sono convinto che niente potrà mai separarci dal suo amore. Né la morte, né la vita, né gli angeli, né i capi spirituali, né il presente, né il futuro né le potenze demoniache e neppure le altezze o le profondità, nessuna cosa che Dio ha creato sarà mai capace di separarci dall'amore che Dio ci ha mostrato in Gesù Cristo, nostro Signore!. Fate cordoglio, ma sappiate che se affidate la vostra vita naturale a Colui che della vita è l'autore, questo non è che uno scontro a fuoco in cui uno di noi ha capitolato, non la guerra persa! Affidatevi a Cristo, e sollevatevi dalle vostre ginocchia, e rendete pure omaggio a colui che è caduto, ma che rivedrete vittorioso assieme a voi, se lui e voi avrete legato la vostra vita al capo vittorioso che è Cristo. Così, l'inizio e la fine non saranno più la nascita e la morte, ma Cristo: “ Io sono l’alfa e l’omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine.” (Apocalisse 22:13)."

Affido quelle riflessioni a questa pagina web, sperando che qualcuno di quei giovani che attorniavano il feretro leggano, e sappiano trarne conforto o decisioni.

Ciao soldato Paolo, spero avremo tempo di conoscerci, quando si festeggerà la sconfitta dell'ultimo nemico.

Marco



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